R.E.M. – Collapse into now

Il periodo tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli Zero ha sorpreso i R.E.M. in difficoltà: Up (1998, che vantava l’ultimo classico della band, Daysleeper), Reveal (2001) e Around the sun (2004, di gran lunga il peggiore) non erano propriamente album memorabili, ma aggregati un po’ confusi e a tratti autoindulgenti. Il successivo Accelerate (2008), però, aveva trovato le energie giuste e rinnovato la verve, aggiungendo un pizzico di peperoncino rock a ballate ormai anemiche. Si pensava, dunque, che Michael Stipe, Peter Buck e Mike Mills fossero tornati quelli di Document, Out of time, Green, Monsters, New adventures in hi-fi e via discorrendo. Errore.

Collapse into now delude, offrendo un compendio un po’ stanco della carriera della band, giunta qui al suo quindicesimo album di studio. Niente da dire sulla genuinità dell’operazione: non dubitiamo dello slancio sincero del trio, ma qui troppe volte le tracce rimangono confinate nel limbo delle buone intenzioni, prive della forza necessaria a concretizzare il gesto autoriale pensato in malinconica poesia o in lacerante spasmo rabbioso. Peccato, perché l’attacco non era mica male: l’arringa veemente di Discover, impregnata di aromi psych, e la scoppiettante All the best, più rude, presagivano una buona condizione. I guai cominciano dal terzo passaggio della scaletta nonché primo singolo estratto, Überlin, una ballad plumbea che rimastica senza troppa convinzione arpeggi e soluzioni elettroniche vecchie in partenza (siamo dalle parti di Around the sun). Intrigante ma poco altro il sermone dylaniano di On my heart, introdotto da fanfare bandistiche e guarnito da backing vocals dall’intensità gospel; più leggera It happened today (Eddie Vedder ai cori), mix però scolastico di folk, pop e rock, mentre Mine smell like honey chiama in causa Bad day (ovvero It’s the end of the world as we know it), e lì credi davvero che le idee siano finite. E invece no: Alligator aviator autopilot antimatter, con l’aiuto di Peaches, si lancia in un hard-rock finalmente incisivo, che, sul finale, la lenta marcia lisergica di Blue (altro featuring di peso: Patti Smith), raggiunge e affianca, se non in freschezza, almeno in intensità, facendo dimenticare così il consueto colpo mancato (la desolata Me, Marlon Brando, Marlon Brando and I).

Collapse into now, insomma, rimangia quanto di buono Accelerate aveva, se non mostrato in pieno, almeno lasciato intendere. I R.E.M. rimangono un act fondamentale nella storia del rock indipendente, ma forse, a questo punto, sarebbe opportuno fermarsi un attimo a riflettere su cosa fare da grandi.

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