Elbow – Build a rocket, boys!

Guy Gurvey non ce l’ha proprio l’aria da rockstar, affatto. Con quel volto paffuto, incorniciato da una barba incolta, e il vestiario ordinariamente casual, sembra più un tranquillo impiegato padre di famiglia che non il leader di una band. Del resto, neppure Mark e Craig Potter, Pete Turner e Richard Jupp sono esattamente il prototipo della “coolness”. Sarà forse anche per questo che gli Elbow, nonostante continuino ad incidere dischi uno più bello dell’altro, non riescono a schiodarsi dal loro status di culto per pochi adepti. Troppo “ordinary man, troppo “normali” per potersi guadagnare le luci della ribalta. E poi c’è la musica. Originale, unica, difficilmente classificabile, un rompicapo che spazia dal folk all’elettronica, dall’indie-rock al progressive, senza mai rinunciare al gusto melodico. Con queste credenziali al giorno d’oggi non si finisce in heavy rotation su MTV. La cosa però non sembra turbare i mancuniani. E per rendersene conto basta ascoltare Build a rocket, boys!.

Lontano da ogni tentazione modaiola, il quinto album della band consolida un sound che è ormai, a suo modo, un classico. Il disco si colloca lungo la scia del suo predecessore, l’ottimo The seldom seen kid (2008), infilando una serie di ballad che giocano disinvoltamente con minimalismi elettro-acustico-sintetici e grandiose esplosioni orchestrali, sublimando, insomma, le malinconie di Gurvey, trasfigurandole in lamenti epici e sofferti. Dicevamo del rapporto del combo con le regole del mercato: il menefreghismo degli inglesi è evidente sin dall’opener, The birds, otto minuti in crescendo tra King Crimson, Robert Wyatt e il Peter Gabriel solista. Più elegiaca la seguente Lippy kids, scritta in difesa dei teenager britannici (vittima, secondo Gurvey, dell’idea diffusa dai media secondo la quale «se bighelloni ad un angolo di una strada sei un criminale») e supportata dal The Halle Youth Choir. Il gioco di contrasti prosegue, alternando la visioni umili, raccolte, di Dear friends e Jesus is a rochdale girl (il testo adatta un poema di Gurvey su un amore giovanile) alla solennità di The night will always win e Open arms, dall’afflato operistico. Su versanti differenti, i saliscendi nevrotici di Neat little rows (dal sapore radioheaddiano) e il campionario di iterazioni, spunti etnicheggianti ed intriganti polifonie che regge With love testimoniano della vitalità degli Elbow.

Build a rocket, boys! è, insomma, l’ennesimo centro di una band che non accenna a perdere colpi. Non una consacrazione (quella era arrivata già con The seldom seen kid), ma la conferma di uno stato di grazia che si spera non abbandoni il gruppo tanto presto.

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