Quattro chiacchiere con Paolo Miceli, fondatore e membro, assieme a Christy Brewster, del duo shoegaze/dream-pop My Violent Ego, all’indomani dell’uscita dello splendido “One Day You’ll Laugh at the Sad Saga That Was”.
Una delle cose che ci ha colpiti immediatamente, leggendo le vostre note biografiche, è il modo in cui lei e Christy Brewster vi siete conosciuti, ovvero tramite mp3.com, l’antesignano dei moderni social network. Una modalità decisamente epitomica dei tempi che viviamo…
Sì, è andata così. Però non sono dell’idea che quello che (o chi) cerchiamo debba essere per forza miglia lontano, perché spesso le cose e persone le si hanno invisibili davanti agli occhi. Christy presentava su mp3.com i suoi pezzi a nome Kizzy: due note di chitarra e voce, la trovai di un candore disarmante. Le scrissi un paio di volte per complimentarmi, poi un giorno ho registrato Plim e ho sentito che gli mancava proprio quel candore che poteva offrire Christy. Lei ha accettato, e poi di nuovo ancora.
La prima fase della vostra collaborazione ha prodotto tre EP, “Lìtost”, “Feel Yr Sleep” (2001) e “Rejected by Fate” (2003), nati da uno scambio di materiale a distanza, tramite mail o posta ordinaria. Esattamente, come funzionava la cosa? E quali sono le difficoltà (o i vantaggi, se ci sono) di realizzare musica in questo modo?
Beh, l’ADSL credo fosse un lusso per pochi allora, quindi per noi due c’erano tutte le difficoltà relative all’uso di un modem analogico a 56k (che in realtà viaggiava a 33k), i costi della bolletta del telefono, la linea che cadeva mentre ci passavamo i pezzi via Mirc, Messenger e Skype, l’unico telefono di casa sempre occupato… In genere, i bozzetti dei pezzi ce li inviavamo come mp3 per Internet, poi quelli hi-fi ce li spedivamo tramite posta, mettendo tutto su CD. Attese infinite, pacchetti persi dalle poste.
Vantaggio in sé del fare un gruppo a distanza non so se ci sia, ma riuscire ad abbattere in qualche modo le barriere spaziale e uscirsene con una serie di dischi insieme che altrimenti sarebbe stato impensabile realizzare, beh, questo è un piacere non da poco.
Chiaramente il rapporto dello scrivere a quattro mani è diversamente assente, è più tutto guidato da una sorta di affinità e naturale corrispondenza. È un po’ come l’essersi trovati e fidarsi ciecamente del fato, con la conferma di una serie di segni che si susseguono. Da lì il titolo del primo album. La vedo così.
E infatti lo stesso procedimento ha portato alla nascita di “Carried-Along-by-Fate”, il primo full-lenght, uscito nel 2003 per conto della francese Ocean Music, che, dopo la sua pubblicazione, ottenne ampi consensi critici. Il disco confermava la vostra fascinazione per il dream-pop e lo shoegaze, ma soprattutto denotava una notevole capacità di rielaborare il sound di My Bloody Valentine, Cocteau Twins, Slowdive e Blonde Redhead in chiave estremamente personale, in brani che, nonostante la brevità, non risultavano mai incompiuti…
Sì, dream-pop e shoegaze sono di sicuro i poli di attrazione e le chiavi di scrittura dei pezzi.
Il passo successivo fu la raccolta di demo “Clicks & Hisses”, pubblicata nel 2005 solo su internet e “rubata” dal gruppo black-metal Velvet Cacoon. Può raccontarci nel dettaglio la faccenda e come s’è risolta?
Io e Christy siamo stati in Francia nel 2004 per registrare quello che doveva essere il disco successivo a “Carried-Along-by-Fate”, ma per una serie di divergenze ne siamo usciti con niente e ci siamo divisi per un pò. Dopo un paio d’anni mi volevo buttar alle spalle quei pezzi e andare avanti, quindi abbiamo concordato di pubblicare sul nostro sito web la raccolta di quelle demo che dovevano comporre l’album, dandogli il titolo di “Clicks & Hisses” proprio perché, a causa del nostro limitato budget e della scarsa attrezzatura hardware, quei pezzi contenevano fruscii, brusii, click vari, sporcizie dei microfoni.
Qualche tempo dopo mi sono cominciate ad arrivare alcune email di persone che mi accusavano di esserci – noi – appropriati dei pezzi di un fantomatico gruppo black-metal di Portland, i Velvet Cacoon, appunto, che da qualche tempo facevano circolare in internet i brani di “Clicks & Hisses” (con altri titoli) attribuendosene la proprietà. Inizialmente ho pensato fosse uno scherzo; poi, sfogliando l’internet di nicchia l’ho trovata invasa da forum con questa storia. Gli stessi Velvet Cacoon a diffusero un comunicato in cui dichiaravano che il loro era stato uno scherzo nichilista per farsi odiare da tutti e che godevano così. Piuttosto infantile, direi. Chissà, magari si è trattato di un internet joke architettato da qualche ragazzino.
“One Day You’ll Laugh at the Sad Saga That Was” raccoglie le composizioni presenti nei due extended play e i demo di sei anni fa. Quasi una specie di best-of, insomma. Cos’è, avvertivate l’esigenza di fare un po’ il punto della situazione, di tracciare un primo bilancio?
Più che mai dopo il “furto” dei Velvet Cacoon, ho riavvertito l’esigenza di riappropriarci di ciò che è nostro. Non è un best-of, ma un’antologia, un guardarsi indietro e la vanità di volerlo rendere più visibile e memorabile.
La raccolta esemplifica alla perfezione i tratti distintivi del vostro sound. Melodie eteree, malinconiche, fragili, immerse in un bagno di riverberi, tremolii, echi, stasi ambientali, le quali, nonostante l’approccio minimal alla composizione e all’arrangiamento (chitarre processate, loop, violino e voce sono gli strumenti adoperati), risultano a loro modo incredibilmente “ricche”, perché fortemente evocative…
Sarebbe bello poter affermare di avere un sound distintivo, ma credo sarebbe ingenuamente di parte se uscisse detto da me. C’è la voce di Christy, poi chitarre (con tanti pedali), violino, e batteria come strumenti. Non usiamo il basso. E sin ora, mai un distorsore. È una formula distintiva?
In brani come Swoonow, Go Bed, Come on Sleep, Saint My Self, What If She Leaves, Pesky Fly, Slow Motion Into Sound (My Head Exploding) e Small Consolation (giusto per citare qualche titolo) si ha la sensazione di esser condotti in un mondo al confine tra sonno e veglia, in un qualche universo remotissimo in cui la materia non ha peso e le cose perdono i loro confini netti. E tutto questo nonostante la presenza di picking o strumming chitarristici e beat, elementi sonori dotati di una loro fisicità…
Il tema dell’ipnosi, della catarsi, dello stato trascendentale e dell’estasi tramite la musica credo sia una nostra fortunata comune coincidenza d’intenti.
Tra le composizioni, sorprendono le cadenze blues della lisergica ed oscura A Loop in Yr Garden. Ci racconti qualcosa sulla genesi del pezzo.
Il pezzo era nato come b-side di una cover dei Giardini di Mirò. All’epoca loro avevano pubblicato “Rise and Fall of Academic Drifting” [l’anno è il 2001, N. d. R.]. Jukka e in particolare Corrado ci aiutarono, all’inizio, a spargere la voce e ci invitarono poi a fare una loro cover: io registrai, nello stesso giorno, una rilettura di A New Start (for Swinging Kids) e quello che era un suo remix pieno di loop (quindi il titolo A Loop in Yr Garden). In quel periodo, Christy era negli USA e non poteva registrare: pertanto, una prima versione di A New Start con me e Corrado finì su un paio di dischi dei Giardini di Mirò. Successivamente, un’altra release con Christy la inserimmo in “Rejected by Fate”. Il remix, invece, è rimasto inedito sin ora.
La rarefazione della vostra musica tocca forse l’apice in brani come Go Bed, Slow Motion Into Sound (My Head Exploding) e Small Consolation, che rimandano a sonorità drone-ambient…
Credo che ambient e drone siano il pane per l’estasi e l’introspezione musicale. Small Consolations mi piace ascoltarla in loop. O in reverse, anche. In verità, un paio di volte mi son riascoltato tutta la scaletta in reverse – secondo me funziona quasi alla pari. Ma probabilmente è una questione soggettiva. Avrei voluto che Christy avesse cantato nelle strumentali (Go Bed le piaceva particolarmente come interludio), ma a quei tempi era tecnologicamente off.
Altra componente fondamentale del sound dei My Violent Ego è comunque il folk. Plom e French Feeling for a Tragic Song, pur nella loro diversità, lo dimostrano ampiamente. A proposito di Francia, l’interesse per i cugini d’oltralpe emerge anche nello strumentale cinematico e noir di Là C’est La Voix…
Sì, un po’ folk, un po’ pop, ma pur sempre elettrici. Là C’est La Voix inizialmente si intitolava Loin Est La voix, fino a quando Christy non aggiunse voci e violino. Entrambi amiamo molto Serge Gainsbourg. Mi piace pensare che in qualche modo la nostalgia del french-pop ci sia di mezzo, in questa, come in altre nostre canzoni. Sì, anche io trovo il pezzo molto cinematico.
A nostro giudizio, uno dei punti di forza di “One Day You’ll Laugh at the Sad Saga That Was” sta nel fatto che esso, sebbene le tracce che lo costituiscono siano state composte e registrate in momenti diversi, non suona come una raccolta, ma come un lavoro organico, segno di un’innegabile maturità e padronanza compositive…
È un album di fotografie: siamo sempre noi durante gli anni.
Sia lei che la Brewster siete impegnati in progetti autonomi (rispettivamente Sea Dweller e Violet’s Revenge). Nonostante ciò, tornerete ad incidere insieme?
Sì, il nuovo album è quasi finito, ci stiamo lavorando da un po’. Speriamo di pubblicarlo questo autunno. E questa volta il distorsore c’è.
