The Strokes – Angles

Gli Strokes un tempo erano i primi della classe: esordirono all’alba degli anni Zero, in pieno furore nu-metal e post-grunge, con una manciata di inni rock’n’roll in grado di coniugare alla perfezione chitarre nervose, ritmiche sostenute e canto filtrato. Ne scaturì un album sensazionale, “Is This It”, intessuto di canzoni old-style prepotenti e sanguigne, con il sound calibrato a metà tra un glorioso passato e uno sguardo promettente verso il futuro. Da quel momento in poi, gli Strokes sono diventati una delle band di maggiore rilievo del panorama artistico contemporaneo, alternando momenti di buona intensità creativa a inciampi clamorosi, frutto di una compromissione col pop maistream presente in alcuni passaggi del loro secondo full-lenght, “Room on Fire”.

Nel frattempo di acqua sotto i punti ne è passata parecchia, e tra un dubbio e l’altro, alla fine gli americani si sono decisi a pubblicare il loro quarto LP, dopo una gestazione lenta e travagliata, alimentata, tra l’altro, da numerosi conflitti intestini, derivati probabilmente dallo strapotere di Julian Casablacas, vocalist e songwriter principale del quintetto newyorkese. Anticipato dal singolo modesto e francamente trascurabile Under Cover of Darkness (colpevole di essere fin troppo cristallizzato nello standard stilistico della band), “Angles” si rivela un album difficilmente analizzabile al primo ascolto, anche se contrassegnato da qualche eccellente colpo di scena che arriva immediatamente alle orecchie dell’ascoltatore.

Abbandonati gli imbarazzanti tentativi di maturazione di “First Impression of Earth” (un album ben calibrato solo dal punto di vista dell’esecuzione), gli Strokes hanno confezionato le dieci nuove canzoni puntando tutto sul ritorno ad una dimensione musicale più scarna e sostanzialmente minimale, abbandonando la produzione calcolata e manieristica del lavoro precedente. Casablancas resta il pilastro fondante della band, un crooner assonnato e distratto che semina melodie brillanti con una facilità degna dei tempi migliori: esplicito, in tal senso, lo splendido impasto vocale di Taken For a Fool, supportato dalle sei corde quasi isteriche di Nick Valensi e Albert Hammond Jr. Sulla stessa scia si collocano altri momenti di livello notevole, qualiMachu Picchu, che parte con una leggera intro reggae per poi aprirsi con le sforbiciate di chitarre, basso e batteria, oppure le deviate litanie di You’re so Right e Metabolism, probabilmente i momenti in cui gli Strokes si concedono il lusso di approcciarsi in modo più sperimentale alle loro canzoni. Ottima ancheTwo Kind of Happiness, che sfoggia una veste musicale prepotentemente anni ’80, sorta d’incrocio tra gli Spandau Ballett e le chitarre muscolose del Billy Idol solista, mentre i delicati accenni bossanova di Call Me Back sembrano volersi addentrare in territori nuovi con un’ambizione lucida e ispirata, anche se il risultato è tutto sommato balbettante e poco convincente.

Non tutto fila come dovrebbe: Games, ad esempio, è probabilmente una delle canzoni più imbarazzanti dell’intera storia della formazione, mentre Gratisfaction tenta una clonazione miserabile delle armonie vocali e chitarriste dei Thin Lizzy.

Dispiace constatare, malgrado l’evidente stato di ritrovata ispirazione, come gli Strokes non sciolgano gli interrogativi sulla loro stessa natura: restano ancora una band irrisolta, una promessa in grado di stupire solo a corrente alternata, ma che per adesso non ha ancora dimostrato di poter realizzare uno slancio effettivamente corposo per approdare definitivamente ad un livello di sostanza superiore. “Angles” non è il coniglio dal cilindro che forse ci saremmo aspettati, ma sancisce comunque una primavera finalmente ritrovata in casa Strokes. In bocca al lupo per il futuro, se mai un futuro ci sarà.

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