In molti probabilmente pensavano che dopo i capolavori Kid A(2000) ed Amnesiac(2001), la parabola artistica dei Radiohead avrebbe seguito, come spesso accade in questi casi, una traiettoria discendente, magari all’insegna di un’autocelebrazione un po’ presuntuosa. Del resto, mantenere uno standard produttivo elevato con una coppia di album del genere da poco archiviata sarebbe stata un’impresa ardua per chiunque. Non per Thom Yorke e soci, evidentemente. Perché dopo il più che discreto Hail to the thief (2003) e il notevole In rainbows (2007), la band di Oxford è ritornata alla grande con questo The king of limbs.
Di una nuova release s’era cominciato a parlare già dalla metà del 2010, ma senza date o indicazioni precise. Con un coup de théâtre, la settimana scorsa il quintetto aveva annunciato, prendendo in controtempo fan e addetti ai lavori, che un nuovo album sarebbe stato disponibile per il download a pagamento sul suo sito ufficiale a partire da sabato 19 febbraio. Sennonché, all’ultimo istante, il gruppo, lasciando tutti ancor più esterrefatti, ha anticipato l’evento di un giorno. Ma non è finita qui: dal 9 maggio,The king of limbs sarà nei negozi in versione doppio vinile e CD, accompagnati da un artwork delle dimensioni di un giornale e il tutto incluso in una confezione biodegradabile.
Per l’ennesima volta, insomma, i Radiohead si sono beffati degli abituali meccanismi dell’industria musicale, da consumati geni del marketing. Al di là delle modalità promozionali, va detto che The king of limbs non compie alcuna rivoluzione, ma segna comunque un’altra piccola svolta nel percorso degli inglesi. I riferimenti principali rimangono sempre Kid A ed Amnesiac, ma stavolta i cinque si sono divertiti a contaminare la loro elettronica con il dubstep di Burial e Flying Lotus.Feral,Morning Mr Magpie e Bloom, in particolare, dimostrano come il ritmo (spezzato, sconnesso, nevrotico) sia il vero protagonista dell’LP. Nessun effetto spersonalizzante: la mano di Yorke e soci si sente tutta. Nell’electro-folk ossessivo di Little by little, ad esempio, o nella lenta progressione pianistica di Codex (vetta del disco e nuova Pyramid song). Il consueto afflato misticheggiante del combo si sublima nell’acustica e straziante Give up ghost e nella conclusiva Separator, che assume il sapore di una liberazione («Finally I’m free of all the weight I’ve been carrying»). Il tutto, sia chiaro, senza autoindulgenza. The king of limbs magari non scompaginerà di nuovo le carte in tavola, ma conferma come i Radiohead siano sempre una spanna sopra gli inseguitori. Un disco che è coronamento di una carriera sin qui praticamente perfetta, da antologia.
