Joan as Police Woman – The deep field

Il soul Motown, il noise e la sperimentazione rock, l’intimismo di Jeff Buckley: sono tanti e diversi gli ingredienti di The deep field, il nuovo lavoro di Joan Wasser, aka Joan as Police Woman. Rispetto al predecessore, To survive (2008), il sound è qui a tratti più energico, grintoso, l’architettura dei pezzi più complessa e gli arrangiamenti meno scarni.

Superati i quaranta, la Wasser ha voluto insomma regalarsi (e regalarci) il suo album per certi versi più sperimentale. Nervous, ad esempio: progressione di accordi tesi, sevizie chitarristiche sul finale e nel mezzo un refrain delicato che argina solo in parte la vena acida del pezzo. La stessa propensione per strutture quasi-prog si ritrova anche (seppur in forma minore) in I was everyone, mentre Run for love occhieggia al trip-hop dei Portishead: l’impianto sonoro è massiccio, la chitarra è distorta, e la sensualità inquieta e tormentata che traspare segnano una bella distanza rispetto alle elegie di To survive.

Flash, dal canto suo, è persino più sorprendente: quasi otto minuti all’insegna di uno psych folk depresso, dall’andamento ipnotico, in cui giocano a rincorrersi fantasmatiche visioni radioheadiane e deliqui noir à la Morphine. Il languore di Human condition, con quel basso rimbombante, i battiti tribali e la voce profonda di Joseph Arthur (che contrasta meravigliosamente col registro limpido di Joan), richiama alla memoria il groove burroso di Isaac Hayes. Con tutte queste trovate (per lei) inusuali, si rischia di dimenticare che la Wasser è anche una superba melodista. A ricordacelo ci pensano il soul delicato di The action man(tra azzeccati interventi di sax e emozionanti impennate orchestrali) e soprattutto la magnifica Forever and a year, un lento che ha l’intensità di una preghiera, tra le cose migliori mai scritte dalla Wasser.

Non sono tutte rose e fiori, però, in The deep field. Qua e là la scrittura cede un po’ di brillantezza, sotto il peso di trovate soul/r’n’b canoniche (The magic, Kiss the specific, Chemmie). Peccati veniali, certo, che tuttavia inficiano un po’ il giudizio complessivo sull’album. Ad ogni modo, non facciamone un dramma: The deep field rimane un ottimo disco, bel saggio di mix di generi e gusto melodico sopraffino. Una piccola delizia per palati fini.

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