PJ Harvey – Let England shake

Let England shake segna una piccola svolta (l’ennesima) nel canzoniere di PJ Harvey. Dopo vent’anni trascorsi a sezionare amore, sesso e religione, scandagliando gli abissi profondi delle proprie angosce esistenziali, la cantautrice britannica abbandona l’approccio auto-analitico per concentrarsi su un concept: l’orrore della guerra, con l’amata Inghilterra eretta a simbolo dell’imperialismo Occidentale. Ne è venuto fuori un disco complesso, sfaccettato, tra i migliori della produzione di Polly Jean, una collection di oscure ballate folk arrangiate con chitarre, basso, batteria, pianoforte, ma anche autoharp, sax, beat e campionamenti.

L’imprevedibilità strutturale e melodica è una delle cifre stilistiche dell’album. Prendiamo la title-track. Il pezzo ha solo in apparenza un piglio giocoso: in realtà è percorso da una tensione isterica, che si muove sottopelle e si manifesta tanto nelle punteggiature ossessive del piano quanto nella vocalità della Harvey. La ritmica aggressiva e scattante, le chitarre aspre ed il cantato sopra le righe di Bitter brunches citano Rid of me (1993), ma solo in superficie: la frenesia è trattenuta (controllata, non repressa) ed incanalata in un’idea di canzone la cui ragion d’essere non è più lo sfogo immediato ma la raffinazione dell’inquietudine. In the dark places strappa più di un brivido grazie ad emozionanti aperture corali, realizzate col contributo di John Parish; e sempre il controcanto del chitarrista arricchisce di suggestioni tenebrose la tenue Hanging in the wire, memore del sound essenziale di White chalk (2007). All and everyone, invece, è impostata sull’alternanza tra passaggi depressi, veementi e solenni al tempo stesso, e momenti di stasi trasognata, profumati di psichedelia anni ’60. Non mancano gli esotismi: The word that maketh murder è praticamente una rumba, On battleship hill vanta accenti flamenco (seppur mescolati con una melodia dai toni operatici) e Written in the forhead avvicenda una prima parte all’insegna di un soundscape sospeso ad una seconda dominata da ritmi in levare. Nell’acoustic-folk di England, infine, si scontrano due linee vocali: la prima, quella principale, in bilico tra capricciosità prepuberale e slanci lirici, e la seconda con inflessioni da muezzin.

Registrato in una chiesa del 19° secolo nel “suo” Dorset e prodotto dalla stessa autrice con i fidati Flood (responsabile anche del missaggio), Parish e Mick Harvey, Let England shake segna l’ennesimo centro in una carriera ormai consegnata a pieno titolo alla storia del rock.

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