Jay Duplass, Mark Duplass – Cyrus

Negli USA lo chiamano “mumblecore”, e sta ad indicare tutta una serie di pellicole uscite a partire dall’inizio dello scorso decennio, accomunate da budget di produzione irrisori, trame improvvisate ed attori non professionisti. Il termine comparve per la prima volta nel 2005 su indiewire.com: ad utilizzarlo, nel corso di un intervista, fu Andrew Bujalski, regista di due cult-movie del genere, il capostipite Funny ha ha (2002) e Mutual appreciation (2005). Si tratta, in definitiva, di un cinema il cui programma ideologico/estetico affonda le proprie radici nell’opera di John Cassavetes e in Slacker (Richard Linklater, 1991), film-simbolo del lo-fi americano degli anni ’90: non a caso, per designare questo movimento alcuni critici hanno coniato la formula alternativa di “slackavetes”.

Cyrus è l’ultimo prodotto della vulgata. Diretta da Jay e Mark Duplass, la pellicola racconta dell’incontro tra John, cinquantenne divorziato e depresso, e l’affascinante e solare Molly. Le cose tra i due sembrano filare lisce fino a quando non ci si mette in mezzo Cyrus, il figlio della donna, un ventiduenne che vive ancora a casa della madre, soffre di attacchi di panico e nutre una profonda gelosia nei confronti di John. Ovvio che tra i due scoppi una lotta all’ultimo sangue per la conquista dell’affetto della bella Molly; altrettanto ovvio che, alla fine, tutti saranno ricondotti a più miti consigli, con il “bamboccione”, in particolare, pronto a staccarsi dal grembo materno e ad incominciare, finalmente, una vita per conto proprio.

Il minimalismo del racconto, incentrato sui personaggi e lontano da qualsiasi tentazione di analisi socio-politica, e lo stile registico fintamente approssimativo, che fa un ampio uso di camera a mano e zoom, sono tutti elementi caratteristici del mumblecore. Del resto, i Duplass già con The puffy chair (2005) avevano firmato un perfetto esempio di “bedhead cinema” (altra definizione alternativa). Il punto è che in Cyrus tutto suona un po’ artificioso, forzato: la sensazione è che anche questo sia, in fondo, mainstream. Dietro l’approccio da studentelli alle prese con l’opera prima, sotto questa “verginità artistica” tanto esibita quanto finta, si nasconde, in realtà, un manierismo stilistico che è irritante tanto quello dello studio-system più sfacciatamente classico. Cyrus, insomma, è il tipico film da Sundance Festival (non a caso faceva parte della “official selection” della manifestazione organizzata da Robert Redford), un’operina che stuzzica il gusto del pubblico più “indie” per storie quotidiane, con protagonista gente normale, risolvendosi però in un’esercizio stilistico irritante e vuoto. Da dimenticare.

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