Quattro chiacchiere con Ummer Freguia, Fiorenzo Fuolega, Gigi Tenca, Emilio Veronese e Carlo Trevisan, componenti dei ManzOni, band che, con il suo omonimo ed autoprodotto debutto, ha realizzato uno degli album più belli dell’anno.
Le notizie biografiche in nostro possesso ci dicono che siete in cinque, che avete un’età compresa tra i trenta ed i cinquant’anni e che in passato avete militato in altre formazioni. Potreste raccontarci, un po’ più nel dettaglio, la vostra storia e come sia nato il progetto ManzOni?
Freguia: Diciamo che la nascita del gruppo è stata un po’ complessa. Io sono l’ultimo arrivato. Il nucleo centrale era formato da Gigi Tenca, Carlo Trevisan (ex Jusq’à la Mort e Maladives, band di cui faceva parte anche Emilio Veronese) e Fiorenzo Fuolega. Mi ricordo che li vidi ad un live organizzato dall’associazione culturale “I Druidi” di Loreo e poco dopo al Chioggialab, un laboratorio culturale autogestito, situato all’interno di un acquedotto dismesso, e mi colpirono talmente tanto che, essendo all’epoca senza gruppo, mi proposi loro come bassista o come chitarrista o come musicista non ben definito. Nel frattempo, a loro si era ricongiunto Emilio. Io fui contattato da Gigi poco dopo per sostituire Fiorenzo, il quale doveva rimanere all’estero per un paio di mesi per motivi di studio (cosa che poi, effettivamente, non avvenne). Alla fine, ci siamo ritrovati in sala prove con quattro chitarre e Gigi che declamava i suoi testi.
Le nove tracce del vostro album di debutto si nutrono di spunti diversi: delicate trame chitarristiche (elettriche e acustiche) alternate a sfuriate noisy, passaggi indie-folk, loop e beat sintetici. Nonostante ciò, l’insieme suona straordinariamente compatto e coerente. Ci chiedevamo, pertanto, quali fossero le vostre influenze principali e se sia stato facile trovare l’equilibrio tra sonorità tanto eterogenee.
Fuolega: Non ci capita pressoché mai, in sala prove, di dire «portiamo questo brano alla Nick Cave o alla Arab Strap», giusto per citare due artisti che ci piacciono. Il 95% delle nostre scelte è dettato da impressioni del momento – in definitiva, dai nostri gusti. Certamente abbiamo delle influenze, anzi ne abbiamo moltissime, tante quante gli ascolti, molto diversificati, che ciascuno di noi ha alle spalle. Ma tali influenze sono soprattutto inconsce, agiscono in modo subliminale, senza che ce ne rendiamo conto. Per fare un esempio, a posteriori trovo che il finale di Confessione (se non altro per quanto riguarda la mia chitarra) sia molto Calla, gruppo che nessuno di noi metterebbe tra i dieci che ama di più. Questo per dire di come un determinato ascolto del mio passato (e nemmeno tra quelli più importanti) a un certo punto si sia fatto vivo ed abbia inciso nell’arrangiamento di una canzone.
Freguia: Quando sono entrato a far parte del gruppo, alcuni pezzi – poi finiti nel disco – erano già ben delineati, sia a livello di arrangiamento che di atmosfere. Altri invece sono nati in sala prove. Per calibrare bene tutte le nostre influenze ci siamo resi conto fin da subito di come fosse importante avere una base di partenza, di solito costruite dai loop, e poi, una volta trovata la ciascuno la propria parte, tendiamo a scarnificare il pezzo, a renderlo quasi “vuoto”. Diciamo che il nostro è un lavoro di sottrazione, per ottenere così i giusti spazi che ogni chitarra e la voce richiedono.
Veronese: Il problema maggiore è stato far convivere quattro chitarre. Da questo punto di vista l’eterogeneità dei nostri stili individuali ha rappresentato un vantaggio, nel senso che ha permesso a ciascuno di noi di crearsi una nicchia propria, distinta dalle altre.
La vostra ricetta musicale è resa, se possibile, ancor più gustosa dalla vocalità e dai testi di Tenca, confessioni notturne cariche di solitudine, dolore esistenziale, alienazione, con l’io narrante che si barcamena tra il ricordo di amori finiti (Scappi), fumi di vino bianco (Confessione) ed un cielo irrimediabilmente vuoto, verso il quale neppure vale la pena bestemmiare (L’Astronave). Insomma, sembra che lei, Tenca, per citare un suo verso, non sappia proprio «ridere mentre scrive»…
Tenca: Cosa scriveresti tu, Marco, se avessi solo una bottiglia di Pinot Grigio in frigo, mentre sei solo di notte, fa un caldo boia e hai appena perso la donna che ami e, come se non bastasse, hai appena visto un telegiornale che ti dice che trent’anni di lotte in fabbrica e in piazza ci hanno portati a Marchionne, che ti vorrebbe togliere anche le ferie? E cosa potresti trovare che ti faccia ridere nel mondo, poi, se dal poggiolo attaccato a un muro grigio di un grande condominio in un Paese che non consideri tuo, ti convinci che Dio, anche se esiste, se ne strafrega di noi e che nemmeno le bestemmie riescono a smuoverlo? Cosa scriveresti, insomma, se ti passasse per la testa che i deboli non possono consolarsi nemmeno con il sogno di un Cielo? A volte ci si sente impotenti e “ci si lascia piangere”. Non ci dobbiamo trattenere quando avviene e non dobbiamo vergognarci di farlo. Vedi, Marco, i colori – della colza, del sambuco, i colori di una natura che amo – portano per contrapposizione il mio pensiero al grigio di un call-center. In quei luoghi ci lavora gente che sa tre lingue, che ha studiato Platone, Dante e che prende 900 euro al mese, se è fortunata. I colori della natura sono sempre presenti nei miei testi, e quindi anche nel buio di una notte qualsiasi, sono i colori che ho vissuto e riassaporo a volte nell’arte, rappresentano il sole e la fiducia che scaldano anche le sconfitte più amare. Io, che ho voluto una società migliore per decenni, vedo questo. Che è poi quello che vedono tutti. Non c’è molto di originale nei testi che scrivo. Concedimi di scrivere le mie malinconie e di bere un Pinot bianco freddo, mentre mi sento solo più di quanto sia. Domani, magari, ci sarà il sole e scriverò d’altro…
Freguia: In realtà, Gigi è un uomo pieno di vita e di esperienze e storie da raccontare. Nei suoi testi credo ci sia tutto quello che un uomo della sua età ha passato nella vita che poi, con sfumature diverse, è quello che una persona può passare in qualsiasi età della propria esistenza. Noi semplicemente seguiamo i suoi umori, che sono di certo variabili ma che fanno parte della vasta gamma di umori di qualsiasi persona. Anche se ascoltando il disco non si direbbe, tra di noi, in sala prove, ci si diverte come dei matti.
Una delle canzoni più belle dell’album (e, a nostro avviso, uno dei pezzi in assoluto più significativi di questo 2010) è Scappi, delicata e cullante rievocazione di un amore ormai finito, in cui non c’è spazio per la rabbia o le recriminazioni. Come è nato il pezzo? E, dopo averlo scritto, vi siete subito resi conto di avere tra le mani un brano così ben riuscito?
Freguia: Scappi è uno di quei pezzi che al mio arrivo erano già finiti. Ed era un brano al quale mi sono affezionato immediatamente. Il tutto nasce dalla chitarra acustica di Emilio. Carlo ci mette le batterie e Fiorenzo le chitarre con i suoni lunghi e quelle con i suoni grossi. Io ho aggiunto giusto qualche piccola melodia qua e là. Poi c’è il testo, evocativo ed importante. Una volta conclusa la scrittura del pezzo, ci siamo accorti che funzionava, ma non più degli altri. Il fatto che lo consideriate uno dei pezzi tra i più significativi del 2010 naturalmente ci fa molto piacere e ci riempie d’orgoglio.
Veronese: È uno dei primi pezzi che abbiamo scritto. È nato da un giro di accordi, una struttura armonica, con una chitarra acustica che sa un po’ di Arizona Amp and Alternator, progetto di Howe Gelb. Il punto forte della canzone, a mio avviso, è il testo, il modo in cui narra una storia di emozioni assecondando e sfruttando le dinamiche della musica: penso a quando dice «e alla fine… nemmeno il sogno» e alla parte conclusiva. Per quanto mi riguarda, nel disco ci sono pezzi che amo di più. I Resti, ad esempio, passata un po’inosservata…
Prima abbiamo parlato degli “ingredienti” di cui si compone la vostra musica. Si tratta di spunti eterogenei che danno vita a composizioni estremamente raffinate e tuttavia per nulla fredde. Ascoltando “ManzOni” non si può, infatti, non rimanere impressionati dalla carica emozionale delle tracce, pregne di una tensione psicologica a tratti davvero notevole…
Veronese: La musica è un linguaggio, un sistema di segni che veicolano emozioni. Mentre lavoriamo a un pezzo cerchiamo di sfruttare gli elementi dinamici, armonici e ritmici che il linguaggio-musica e i nostri strumenti ci mettono a disposizione, per ottenere qualcosa di emotivamente intenso. In realtà è un processo piuttosto naturale. Probabilmente il punto è che, in ambito musicale, quel che non emoziona non è interessante, quindi si tende a evitarlo, a scartarlo.
Freguia: Essendo in cinque, ognuno di noi “sente” il brano in maniera diversa. Poi, di colpo, il pezzo trova la direzione da seguire e noi sentiamo che è finito. Il resto degli aspetti, delle sensazioni, lo trova chi lo ascolta.
Da questo punto di vista, estremamente esemplificative sono Confessione e, soprattutto, Tu Sai e …E Scrivo, entrambe caratterizzate da crescendo rabbiosi, incendiari, isterici…
Freguia: Diciamo che, sebbene non sia un nostro “standard”, indubbiamente lavoriamo spesso nella logica del crescendo, e i finali con delle esplosioni chitarristiche ci piacciono. Anche se, naturalmente, non vogliamo abusarne…
Fuolega: Va detto che la formazione con quattro chitarre tende naturalmente, oserei dire “strutturalmente”, verso le progressioni sonore e i crescendo. Mi spiego meglio. Quattro strumenti dello stesso tipo, per quanto suonati con stili molto diversi, vanno gestiti con attenzione. Basta che uno di noi, magari perché incazzato per la propria giornataccia, si “allarghi” un po’ – con i volumi o con la quantità di suono – ed ecco che uno degli altri tre inesorabilmente si sente “coperto”, e per reazione naturale, qualche volta addirittura inconscia, “schitarra” di più o più forte. Questo innesca la medesima reazione a catena negli altri, e ci si avvia verso la deflagrazione… Va comunque detto che questi episodi “esplosivi” (e per noi divertentissimi) tendono a non uscire dallo stanzino: a parte Tu Sai, che forse ben esemplifica quanto ho appena raccontato, negli altri due brani che hai menzionato è sempre uno soltanto di noi che va “in fuga”, mentre gli altri fanno gruppone e “massa critica” dietro di lui. Sono questi, forse, i crescendo che ci piacciono di più. Ed è anche questo, in definitiva, che pensiamo ci differenzi dai crescendo “sinfonici” di tanto post-rock, ad esempio da quello dei Mogwai, band che pure tutti e cinque amiamo molto.
Indubbiamente, il vostro debutto, per le caratteristiche sopracitate, rappresenta una novità nel panorama musicale italiano. A tal proposito, qual è la vostra opinione circa lo stato di salute della scena (e dell’industria musicale) del nostro Paese? Ci sono, in giro, artisti che stimate in modo particolare?
Fuolega: Credo sia ormai fuor di dubbio che l’industria musicale, italiana ma oserei dire mondiale, stia passando, da anni ormai, un periodo di crisi, con i cali di vendite e tutto il resto. Ciononostante, la buona musica continua ad essere incisa e suonata dal vivo. Questo perché chi davvero ama la musica, ama suonarla e scriverla: chi ha “il demone” non ha paura di niente, tanto meno delle prospettive di non guadagnare molto, o magari di rimetterci dei soldi (cosa che accade spesso nella scena indie, se non altro quando si è agli inizi). Se è ipocrita dire che del denaro non ce ne frega niente (un ritorno economico, foss’anche minimo, non fa schifo a nessuno), è pur vero che, ne sono sicuro, la gran parte degli appartenenti al cosiddetto “mondo indie” suoni soprattutto “per la gloria”, per far sì che la propria musica sia amata da un pubblico, per quanto piccolo. E la messe di uscite che ogni anno si verifica in Italia ci dimostra che la scena è viva, che in giro c’è tanta passione.
A proposito degli artisti nostri connazionali che apprezziamo particolarmente, sarebbe davvero difficile elencarne alcuni che vadano bene a tutti: abbiamo gusti e ascolti molto diversi l’uno dall’altro. Posso dirti che personalmente amo molto i Bachi da Pietra.
Un’altra questione. Un disco della complessità e della ricercatezza di “ManzOni” non sembra essere fatto per una fruizione mediante iPod o in formato Mp3. Ciononostante, il futuro della discografia (in crisi ormai da tempo, come voi stessi sottolineavate poc’anzi), sembra andare in quella direzione. Che idea vi siete fatti del problema? Siete tra quelli convinti che i dischi spariranno in favore di sistemi di commercializzazione diretta di singoli file musicali oppure credete che, nonostante tutto, il formato-CD resisterà?
Freguia: È una domanda molto difficile. A ben vedere questo è un discorso che si può affrontare sotto diversi punti di vista. Io ti dò la mia visione personale. Da un lato, tante persone continueranno a fruire della musica in modo digitale e questa cosa col tempo sarà sempre più “normale”. Dall’altro, ti posso dire che tanti ragazzi di vent’anni che conosco (i quali, quando sono nati, non sapevano neppure cosa fosse un vinile) adesso stanno riscoprendo il piacere di ascoltare musica proprio sul più vecchio dei supporti fisici. Credo che tra cinque o sei anni questo possa accadere anche per le nuove generazioni nei confronti del CD. Dipende sempre, secondo me, dalla passione che hai per la musica. Ad esempio, per quel che mi riguarda, CD nei negozi non ne compro più. Ascolto diversa musica in vari formati ma, se mi reco ad un concerto e ciò che ascolto mi piace, compro il disco, perché mi piace pensare che vada ad alimentare la mia collezione e perché ritengo sia un buon modo per supportare un gruppo.
Trevisan: Credo che la fruizione in formati compressi come l’Mp3 vada benissimo anche per i ManzOni. In fin dei conti, fino a qualche anno fa si ascoltavano un sacco di dischi in cassetta e il nostro amore per la musica si è nutrito grazie a quel supporto rumoroso e poco “fedele”, che aveva però il grande pregio di essere tascabile. La crisi del mercato attuale è cosa molto complicata da decifrare. Da un lato, c’è il calo di vendite dei CD, dall’altro, si assiste ad un enorme aumento della quantità di musica prodotta: etichette grandi e piccole, netlabel, autoproduzioni ed Internet, dove c’è tutto e tutto circola in modo spesso caotico. Non so se il supporto fisico sopravviverà. Oggi sembra essere tutto molto virtuale; ma chissà, forse l’amore per gli oggetti, per i manufatti, non morirà mai del tutto.
Di sicuro per una band resta essenziale poter vendere i dischi ai concerti. Una piccola testimonianza del tuo passaggio. Un ricordo nella casa di qualcuno. In fondo, il senso dei dischi è proprio l’essere oggetti che raccontano una storia e che ricordano qualcosa della propria esistenza a chi li possiede.
Tornando a voi e alla vostra musica, ora che è uscito il disco, avete in programma un tour? E nelle esibizioni live, la formazione e gli arrangiamenti saranno gli stessi di quelli adoperati in studio o introdurrete qualche piccola variazione?
Freguia: Il disco è stato registrato con solo qualche piccola sovraincisione e senza nessun doppiaggio di chitarre. Quindi, a conti fatti, le esibizioni live saranno in pratica fedeli alle sonorità del disco e naturalmente la formazione sarà la stessa. In merito al tour, stiamo programmando qualcosa. Abbiamo avuto dei contatti con un’agenzia di booking e stiamo valutando la possibilità di organizzare una serie di esibizioni. Al momento, di confermate ci sono tre, forse quattro date in Italia centrale, in primavera.
