Blake Edwards – Hollywood party

Hrundi V. Bakshi è un attorucolo indiano, impegnato con un piccolo ruolo in un’importante produzione hollywoodiana. Durante le riprese, provoca incidentalmente la distruzione di una vecchia fortificazione, che doveva esser fatta esplodere per esigenze sceniche: il regista, infuriato, lo caccia dal set. Quando il produttore della pellicola, il colonnello Clutterback, viene a sapere che la costruzione è saltata a vuoto per colpa di Bakshi, se ne annota il nome per fare in modo che «non lavori mai più con nessuno». Sennonché il foglio su cui l’anziano ex militare ha annotato il nome di Bakshi è la lista degli ospiti della festa organizzata da sua moglie, che si svolgerà tra qualche giorno nella loro abitazione…

È questo, in sintesi, lo spunto alla base di Hollywood party, capolavoro di Blake Edwards. Questi nel 1968 (anno di uscita del film) era già un regista di successo: aveva infatti alle spalle pellicole come Colazione da Tiffany (1961) e& La pantera rosa (1963), primo capitolo della fortunata saga con protagonista l’ispettore Clouseau.

Proprio con quest’ultimo Bakshi ha in comune (oltre all’interprete, Peter Sellers) la stupefacente propensione a combinare disastri. Da questo punto di vista, più che il virus inoculato in un corpo sano, l’indiano è l’acceleratore di una crisi latente. La festa nella lussuosa villa di Clutterback assurge nel film di Edwards a rappresentazione beffarda tanto dello studio-system hollywoodiano (vale a dire del sistema produttivo “classico”, basato sulle major) quanto, più in generale, della società americana degli anni ’60. L’analisi di Edwards è implacabile: il party è un microcosmo popolato da produttori libidinosi, attori egocentrici ed erotomani, starlette dalla zucca vuota e attricette alcolizzate, dove una società stanca celebra ancor più i propri rituali di convivialità venati di snobismo, ipocrisia e indifferenza.

È evidente come l’ingranaggio sia destinato ad incepparsi da un momento all’altro. E qui interviene Bakshi. Con i suoi modi maldestri comincia a provocare una serie d’incidenti che, a poco a poco, contribuiscono a precipitare quella che doveva essere una tranquilla serata tra amici in un delirio onirico, surreale, trovando alla fine persino l’amore (Michèle, interpretata da Claudine Longet). L’azione di sabotaggio è graduale e del tutto inconsapevole, e coinvolge persino il sistema dei generi hollywoodiano (simbolicamente rappresentato dalla distruzione del set iniziale).

Hollywood party, insomma, è un meccanismo implacabile, un gioiello di commedia nobilitata dall’interpretazione monumentale di Sellers, capace di condensare nel suo Bakshi la malinconica poesia di un Charlie Chaplin e la vena pasticciona di un Buster Keaton.