Fauve! Gegen a Rhino – Geben

Quella dei Fauve! Gegen a Rhino è una musica “virale”, ricca di misteriose “presenze” che filtrano attraverso crepe nel tessuto connettivo dei brani, vampirizzano la struttura ossea e ne fanno un letto per crescerci rigogliose, salvo poi implodere o esplodere. Le otto tracce di Geben, debutto dei toscani Andrea Lulli, Matteo Moca e Riccardo Gorone (già Fauve! i primi due, ex Rhino Terapy l’ultimo), giocano con forme (volutamente) irrisolte e saturazioni sonore, che celano un bel mix di violenza post-industriale e rigore cameristico.

Il cut-up, corroborato da loop e droni, detta legge, accosta materiale eterogeneo, cerca senza forzature inutili il cortocircuito. Come in A history, an angel, che fa confliggere una pulsazione sintetica ed una nenia da carillon – entrambe parossistiche nella loro rispettiva cupezza e purezza, al punto da sembrare persino irreali. Dall’incontro vien fuori un folk psichedelico e un po’ instabile, forse per questo subito fagocitato da una colata acidula. Non c’è, però, disperazione alcuna: anche nei momenti formalmente più drammatici, la musica dei Fauve rimanda ad un’idea di serena inevitabilità. I rintocchi di Moog e i droni sinistri di Finisterre, mixati ad una chitarra thrilling, fanno pensare ad una normale dialettica, solo tra forze inconcepibili all’uomo. L’approccio rumorista sa di avanguardia shoegaze e post-rock (Carol), ma quando il beat prende la mano, più che a Jim O’Rourke vien da pensare a Liars e Suicide (Agorà). Buzkashi e Parousia testimoniano come ci sia qualcosa di grandioso in questa musica, un che di impetuoso, di furioso, che neppure il pianistico Interlude riesce a placare (anche perché pure il suo ph, quanto ad acidità, non scherza).

Fitto di richiami colti (il fauvismo, l’antica civiltà greca), Geben (in tedesco “dare”) è un’esperienza sinestetica e polisemica, ambigua e impenetrabile. E contraddittoria, perché decostruisce in chiave astratta, ma senza rinunciare a perseguire una personale idea di corporeità. Minimalista, “stonata”, questa musica si nutre di scorie della civiltà musicale del ‘900, infondendogli, però, una vita “pop” oltre lo stereotipo. La fitta bruma di suoni “da un altro mondo” che ne deriva produce suggestioni le quali, proprio come quella mano ritratta in copertina, abbrancano e trascinano giù, volenti o nolenti. «Una belva è nata» (Una fauve! C’est née), ma niente paura: è qui per farci divertire.