Michael Winterbottom – The killer inside me

Stanley Kubrick (che collaborò con Jim Thompson per lo script di Rapina a mano armata, dal romanzo di Lionel White) adorava The killer inside me: «il più grande romanzo su una mente criminale che sia mai stato scritto», disse al riguardo. Forse fu proprio per la smisurata ammirazione che nutriva nei confronti del testo thompsoniano che non volle mai farne un film – una specie di “questione di rispetto” insomma, ipotesi non tanto campata in aria se pensiamo agli stravolgimenti cui il grande regista inglese sottoponeva i romanzi che portava sul grande schermo.

E così è toccato a Michael Winterbottom metter per immagini The killer inside me, ricavandone un buon film ma non il capolavoro che sarebbe potuto/dovuto essere. Il perno della pellicola è Tom Ford (Casey Affleck), vicesceriffo di Central City, aria da boyscout e modi educati. Le cose in lui cominciano a cambiare quando, un giorno, incontra una prostituta, Joyce (Jessica Alba): nel reagire all’aggressione di questa, la picchia, scoprendo il gusto della violenza. Intreccia allora con la ragazza una storia sadomaso; non solo: progetta con lei di ricattare il figlio del magnate del luogo, e di fuggire col denaro. Ma Tom cambia il piano ed uccide entrambi, vendicandosi così del ricco Chester Conway (Ned Beatty), il quale sarebbe indirettamente responsabile della morte del fratellastro di Ford. I piani perfetti però, si sa, non esistono: un errore qui, un errore là, e Tom si ritrova costretto a seminare altri cadaveri lungo la sua strada (tra i quali quello di Amy Stanton, sua fidanzata ufficiale, interpretata da Kate Hudson); inutile dire che ciò non basterà a salvarlo.

Nel libro di Thompson, Tom assurgeva a simbolo di un’America schizofrenica, bipolare, contesa tra gli antichi valori fondativi di rispetto e civiltà, e quelli più pragmatici del moderno impero economico, percorso dalla febbre di un individualismo esasperato che trasforma l’uomo in uno spietato predatore: se vogliamo una sorta di antesignano del Patrick Bateman di American psycho, il romanzo di Breat Easton Ellis.

Nel film di Winterbottom tutto questo si perde. Il regista punta decisamente sul dramma esistenziale, ammantando di un’aura tragica la figura del protagonista e passando in secondo piano ogni riflessione sociologica. Il risultato è un film depotenziato; non brutto, ma al di sotto delle possibilità offerte dal romanzo di Thompson. A funzionare è soprattutto la prima ora, quella nella quale Tom compie i suoi atroci crimini (la scena del pestaggio di Joyce è davvero disturbante), grazie soprattutto alla straordinaria interpretazione di Casey Affleck. Più prevedibili i restanti 40 minuti e il finale, che lascia un po’ freddi. Un’occasione sprecata, insomma.