Kevin Greutert – Saw 3D. Il capitolo finale

Dopo sei anni (il primo episodio risale al 2004), sette pellicole ed un incasso mondiale complessivo di oltre settecento milioni di dollari (venti e più dei quali solo nel nostro Paese), giunge a conclusione la saga dedicata al più terribile dei serial killer cinematografici del nuovo millennio. Saw 3D, diretto da Kevin Greutert (al montaggio nei primi cinque capitoli della serie e dietro la macchina da presa già nel sesto), segna (almeno momentaneamente: rumors su internet dicono che potrebbe esserci un numero otto) la fine di una delle più discusse epopee horror dei nostri tempi. E lo fa mettendo in scena la solita, truculenta sequenza di torture, squartamenti e sevizie. Una scia di emoglobina, budella e corpi smembrati percorre tutti i 90 minuti del film, durante i quali la trama (assai scialba: il terribile detective Hoffman, fedele seguace di Jigsaw, cerca di vendicarsi dell’ex moglie di questi, Jill, rea di aver tentato di ucciderlo, mettendo contemporaneamente in scena l’ultimo, sadico “giochino”) appare come un mero pretesto per illustare il solito campionario di morte e sofferenza. Persino il 3D è sprecato, utile al massimo a provocare qualche brivido meccanico quando viene lanciato in direzione della macchina da presa un seghetto metallico o quando le interiora di qualche povero sventurato sprizzano fuori dal suo corpo.

Ad una sceneggiatura incongruente (garbato eufemismo), piatta nei dialoghi e nella caratterizzazione dei personaggi (altro garbato eufemismo) ed assai prevedibile, si accompagna una recitazione pessima ed una regia ancor più terribile. Ma tutto questo probabilmente non fermerà i fan. Chi ha amato i precedenti episodi, quasi certamente apprezzerà anche Saw 3D. Del resto, gli elementi che hanno decretato il successo della serie ci sono tutti: il clima delirante e claustrofobico (accentuato da una fotografia a base di luci basse e fredde e filtri “sporchi”, e da un’ambientazione che predilige sozzi padiglioni industriali), gli ingegnosi macchinari da tortura, smembramenti a go go, sangue come se piovesse e quella patina di perverso moralismo che ha contraddistinto la serie sin dall’inizio.

Perché in fondo, Jigsaw non uccide nessuno: attraverso i suoi terribili rituali di sacrificio e morte desidera soltanto che chi, per malvagità, cinismo, opportunismo, debolezza o quant’altro, non abbia saputo sino a quel momento «apprezzare il dono della vita» (il killer, ricordiamolo, era un malato terminale di cancro, morto nel terzo episodio) sia messo alla prova per poter, in questo modo, “imparare la lezione”. I più ingenui saranno tentati di vedere in tutto ciò un apologo sull’importanza del dolore e della sofferenza nel processo di maturazione e crescita personale, o sulla crudeltà della nostra società, nella quale vige ancora la legge della giungla che premia i più forti a scapito dei più deboli; o ancora, sulla vita come atroce prigionia carica di indicibili tormenti, con la Morte ad incombere su tutto. Niente di tutto questo, per carità. In Saw 3D (e in tutta la saga) c’è semplicemente un banale compiacimento per il truculento, una sadica rappresentazione della violenza, svuotata di qualsiasi senso, fine a se stessa.

Del resto, è piuttosto sintomatico dei tempi che stiamo vivendo. In un’epoca in cui l’esperienza virtuale si sovrappone e si confonde a quella reale (quanti, l’11 settembre, davanti alle immagini dei boeing che si schiantano contro le Twin Towers, hanno esclamato: «Sembra un film!»), in cui l’immaginario collettivo è saturo (cinema e televisione ci hanno mostrato praticamente tutto il mostrabile) ed il tabù del sesso è ormai caduto da un pezzo, cos’altro resta per stuzzicare e colpire la nostra fantasia se non la messa in scena della Morte? Sotto quest’ottica, Saw 3D ed i suoi predecessori (senza dimenticare Hostel 1 e 2, altri due campioni del torture porn horror firmati Eli Roth) acquistano un significato ed un valore completamente nuovi, che trascendono quelli strettamente legati all’estetica o alla critica cinematografica. Più che mai le pellicole della serie si rivelano come preziosi reperti culturali, testimonianze di una società in cui, come sosteneva Geoffrey Gorer nel suo splendido saggio The pornography of death (1955), al tabù del sesso si è sostituito quello della Morte, a causa del tramonto del millenarismo e al conseguente emergere di valori come l’invidivualismo, la ricerca della felicità e il profitto.

Nella nostra epoca, la Morte è dunque oggetto di un processo di rimozione dal privato. Tuttavia – paradosso estremo – essa ci compare dinanzi sempre più frequentemente, sotto forma di immagini televisive o cinematografiche. Perché se è vero che la Morte terrorizza (in una società nella quale la tecnologia ed il progresso scientifico sembrano aver reso tutto possibile, essa rappresenta una sconfitta, perché ci ricorda che esistono leggi che ancora sfuggono al nostro controllo: quelle del Tempo), allora quale modo migliore per disinnescare la minaccia se non quello di “congelarla” entro i bordi di uno schermo, grande o piccolo che sia, rappresentandola in forme spettacolari, privandola del suo alone di mistero e di sacralità e mostrandola come semplice atto meccanico?

Saw 3D reca insomma, più o meno inconsapevolmente, l’ennesima preziosa testimonianza riguardo il nostro modo di vivere l’esperienza del trapasso. In questo risiede l’importanza della pellicola. Considerata come opera d’arte, invece, il suo valore è prossimo allo zero.