The Soft Moon – The soft moon

La geografia del moderno rock orrorifico trova un nuovo riferimento, Luis Vasquez, alias The Soft Moon. Californiano di San Francisco, il nostro è uno di quelli che la lezione dei classici l’ha imparata a memoria: negli undici bozzetti, prevalentemente strumentali, che compongono la scaletta di questo suo debutto, senti distintamente l’influenza di Joy Division, Bauhaus, Sisters of Mercy, Suicide, Ministry, Killing Joke e altri bizzarri (e notturni) spiriti affini. Vasquez, però, non fa il professorino, non tenta di scrivere il compendio del “dark” in musica, non s’accontenta, insomma, di parlare per stereotipi: cerca la sua voce, la trova, e fa un gran bel dischetto.

L’impatto è terribilmente fisico: Primal eyes e Tiny spiders, il distico d’apertura, sono un uno-due da KO, la prima con il pattern ritmico minimalista di chiara derivazione kraut e le chitarre à la Cure, la seconda con le terribili deflagrazioni di synth. Il gioco al massacro del sistema nervoso è chiaro: lontano dalle tentazioni metafisiche dello Ian Curtis di Closer, il sound catacombale dei Soft Moon sembra studiato per l’assalto sistematico a timpani e sinapsi. Non è, però, effettismo grossolano: Out of time, Circles, Dead love e Into the depths, con la loro aria satura di malattia mentale, aprono squarci (espressionisti) di malvagità che, come l’Abisso nietzschiano, finiscono con lo scrutarci. Sarà quella la vertigine che si prova al cospetto di When it’s over, “dreamy” giusto un attimo prima che un oscuro livore la intacchi e la corrompa per l’eternità? Il Diavolo che abita il labirinto di una megalopoli, che respira sul collo delle nostre vite piccolo-borghesi apparentemente intangibili dal Male, che ride beffardamente delle macchine perfette che ci circondano e mentre ride ci ruba l’anima: l’universo che suggerisce Vasquez è un posto in cui la colpa non conosce il balsamo della redenzione e la follia è lì lì per mandare in pezzi tutto.

The soft moon, insomma, dimostra con estrema facilità come sia possibile fare un disco potente e suggestivo pur muovendosi entro un perimetro di convenzioni e cliché assai ristretto come quello del rock gotico. Il potenziale di Vasquez è elevato: difetta forse un pelo in varietà stilistica, ma va bene, è il debutto, sarebbe ingiusto chiedere di più. Il viaggio, comunque, vale la pena, fidatevi.