Sofia Coppola – Somewhere

Camera fissa. L’obiettivo inquadra la porzione di una pista automobilistica. Una vettura nera percorre il tragitto a tutta velocità più volte, mantenendo costante l’andatura. Dopo un paio di minuti, la macchina rallenta e si ferma, proprio davanti alla cinepresa. Ne scende un uomo, il quale si guarda intorno con aria smarrita. Stacco e titoli di testa.

L’incipit di Somewhere è piuttosto indicativo di ciò che ci aspetterà da lì in poi, quasi una dichiarazione di intenti. Il paesaggio desertico, l’assenza di musica o di altri rumori che non siano il rombo del motore della Ferrari, la linea chiusa del percorso su cui il bolide sfreccia senza diminuire i giri e lo sguardo perso del protagonista, sono tutti elementi che anticipano i successivi 96 minuti del film, tanto sul piano stilistico quanto su quello narrativo.

La quinta pellicola di Sofia Coppola, premiata con il Leone d’Oro alla 67a Mostra del Cinema di Venezia, mette in scena la crisi personale di Johnny Marco, divo di Hollywood, il quale trascorre le sue giornate tra feste selvagge, alcool e sesso facile. L’arrivo della figlia Cleo, di cui dovrà prendersi cura data l’assenza momentanea della madre, con cui la ragazzina vive (Johnny è separato dalla moglie), mette il protagonista di fronte alla vacuità della propria esistenza, inducendolo a cercare un riscatto.

Il racconto procede all’insegna di uno stile ultra-minimalista: la macchina da presa è spesso fissa o limita al minimo i movimenti ed il montaggio procede senza scossoni, assecondando una sceneggiatura basata sulla concatenazione di piccole istantanee di vita e dialoghi secchi. Il film, insomma, affida ai silenzi, ai momenti di stasi visiva e all’ottima interpretazione dei due protagonisti (Stephen Dorff nei panni di Marco e Elle Fanning in quelli di Cleo) il compito di trasmettere un senso di solitudine e di smarrimento, temi, questi, cari alla regista e già sviscerati nei precedenti Il giardino delle vergini suicide (2000), Lost in traslation (2003) e Marie Antoinette (2005). Il punto, però, è che l’insieme risulta piuttosto freddo. Coppola gioca a fare Gus Van Sant ma manca il bersaglio, scadendo in un manierismo didascalico, che confonde l’essenzialità con l’inconsistenza. Dopo una serie di film graziosi, Somewhere doveva essere la consacrazione autoriale: invece è semplicemente un’operina pretenziosa, che, nel tentativo di raccontare la noia di un’esistenza percepita dal protagonista stesso come priva di senso, precipita essa stessa, paradossalmente, nel tedio.