Tame Impala – Innerspeaker

Guidati dal canante/polistrumentista Kevin Parker, i Tame Impala sono tra le più sorprendenti esperienze di “revival” psichedelico emerse nel corso di questi ultimi anni. Abbiamo usato il termine “revival” tra virgolette e non è un caso. Di primo acchito sembrebbe infatti che i tre australiani di Perth (oltre a Parker, a destreggiarsi tra chitarra, batteria e synth ci sono Dominic Simper e Jay Watson) si limitino semplicemente a ripescare un sound – nella fattispecie, quello dei gloriosi Sixties -, a scrollargli di dosso un po’ di polvere e a riproporlo al pubblico, compiendo insomma un’operazione analoga a quella messa in atto dai Black Mountain con Wilderness heart, il loro ultimo, deludente lavoro.

Niente di più sbagliato. Perché se è vero che Parker (il songwriter del trio) nutre una passione per Beatles, Pink Floyd, Cream, Steppenwolf e altre decine di gruppi psych/prog britannici coevi, è pur vero che nella sua musica riecheggia anche la lezione dei Flaming Lips (non a caso il missaggio dell’album è stato affidato ad uno dei collaboratori di Wayne Coyne, Dave Friedmann) e dei loro più diretti eredi, gli MGMT. Innerspeaker, dunque, è tutt’altro che revival: è, semmai, riaggiornamento, rilettura, rielaborazione in chiave postmoderna di una serie di stilemi che hanno segnato la storia della musica rock. Il frutto di questo approccio “libero”, aperto a contaminazioni, è una singolare ed originale miscela di nuovo ed antico. Nelle undici tracce dell’album, il trio, in preda ad una vena anarcoide (in realtà assolutamente “calcolata”, ovvero supportata da una ben precisa progettualità), dà vita ad altrettanti quadretti contesi tra hard-rock, psichedelia, pop e contaminazioni sintetiche, tradendo anche, in qualche caso, un notevole gusto per il groove.

Non sbagliano un colpo, i Tame Impala. L’opener It’s not meant to be conquista con le splendide aperture del ritornello (evidenziando subito, tra l’altro, l’affinità vocale di Parker con John Lennon), mentre la successiva Desire be desire go sfodera un riff roccioso, affidato a chitarre sporchissime ma controllate. Con Alter ego entriamo in una dimensione più groovy e attuale, con la superba melodia impreziosita da innesti tastieristici. Lucidity è psichedelia in puro stile “summer of love”, dal finale incendiario, Why won’t you make up your mind? ammicca al krautrock e Solitude is bliss contrappone schitarrate funky a un ritornello dilatato. Strumentale, Jeremy’s storm è un crescendo teso, dominato da un picking di chitarra elettrica (che tuttavia si scioglie sovente in un fraseggio rarefatto e liquido) e da terribili deflagrazioni, le stesse che sporcano la melodia eterea di Expectation, la quale vanta reminiscenze da folk bucolico. The bold arrow of time innesta su un torrido blues-rock un deliquio pinkfloydiano; più danzereccia è Runaway, houses, city, clouds, a dimostrazione di quel cortocircuito tra antico e moderno su cui si regge il disco, chiuso ottimamente dal pop-rock granitico e spaziale di I don’t really mind.

Innerspeaker in due parole: un debutto più che interessante per una band destinata, in futuro, a scrivere pagine importanti.