Fautori di una miscela fiabesca, oscura, destrutturata di avant-rock, psichedelia e free jazz, gli Unmade Bed rappresentano uno degli act più importanti emersi nel panorama alternative italiano. All’indomani dell’uscita del loro secondo album, lo splendido “Mornaite Muntide”, abbiamo fatto quattro chiacchiere con i tre titolari del progetto Lorenzo Gambacorta, Vincenzo Zingaro e Matteo Magrini: ne è venuta fuori un’intervista ricca di spunti, che evidenzia ulteriormente la ricchezza di una proposta artistica tra le più originali in circolazione.
Gli Unmade Bed nascono da una costola dei My Best Friend’s Birthday. Come vi siete incontrati e come è nata l’idea di dar vita ad un progetto comune?
Gambacorta: Intorno alla fine del 2006, dopo l’ingresso nel gruppo di Tommaso Tombelli (basso), decidemmo, anche date le nostre scarse capacità tecniche, di cercare un quarto elemento che possibilmente fosse disposto a suonare, oltre che la chitarra, anche synth tastiere e quant’altro.
Zingaro: Io mi ero trasferito da appena un paio d’anni da Andria a Firenze, ma avevo già avuto diverse esperienze come polistrumentista sia in diverse band che in studio di registrazione. Nel 2008 risposi ad un annuncio sul web degli allora My Best Friend’s Birthday che, al mio ingresso, cambiarono nome in Unmade Bed. Si può dire che l’incontro tra me e Lorenzo abbia fatto nascere una sinergia e una sintonia assoluta dalle quali, personalmente, non riuscirei allo stato attuale a prescindere. Da lì i primi concerti, il primo EP insieme e il primo disco per Seahorse Recordings, “Loom”. Successivamente al tour di supporto per quel lavoro, si andarono delineando dei contrasti artistici che finirono per portare Tommaso a decidere di abbandonare la band, presto seguito anche da Claudio Gattini, allora nostro batterista. Per quanto possa sminuirsi, Lorenzo è da sempre un preparatissimo batterista, quindi il “rimpasto” di formazione l’ha visto subito tornare dietro i tamburi, mantenendo comunque il ruolo di voce principale e il suo apporto alle tastiere. Io ho aggiunto il Farfisa Matador al novero degli strumenti da gestire e Matteo – che nel frattempo era subentrato a Tommaso e che conoscevamo già molto bene – si è dimostrato subito ansioso cimentarsi con altri strumenti oltre al suo basso.
Magrini: Conosco Lorenzo da una vita e ho avuto il piacere di suonare con lui per oltre 14 anni. Nel 2003 le nostre strade si divisero per consentirci di sviluppare nello specifico le nostre inclinazioni musicali, ma ho sempre sostenuto ed aiutato il progetto dai tempi dei My Best Friend’s Birthday come fonico, musicista aggiuntivo e quant’altro. Davanti al progetto Unmade Bed, però, qualcosa in me è cambiato: l’idea di musica che Lorenzo e Vincenzo avevano in testa ed il modo che avevano di proporla mi affascinava, e dentro di me cominciava a prendere campo la voglia di suonare con loro, fino a quando non venni veramente chiamato per entrare nella band. Pur provenendo da diverse esperienze musicali, sono riuscito ad amalgarmi bene, risultando spesso come elemento discriminante tra la pragmaticità di Lorenzo e il “folle genio” musicale di Vince e nonostante la formazione con il mio ingresso abbia perso due elementi abbiamo trovato una sintonia tale da essere ormai intercambiabili ai vari strumenti ed insostituibili a livello musicale. Se dovessi rivolgere loro una parola, sarebbe senz’altro grazie. Grazie per avermi spronato ad affrontare nuovi strumenti, nuove avventure e grazie soprattutto per avermi dato la possibilità di fare un favore a me stesso ampliando il mio amore per la musica ed il rispetto per essa.
Una della caratteristiche della vostra musica è il sincretismo sonoro: all’interno delle vostre composizioni si mescolano, all’insegna di un perfetto equilibrio, minimalismo kraut, psichedelia anni ’60, elettronica e jazz, il tutto declinato in chiave free. Il che, inevitabilmente, farebbe pensare ad un background artistico o quantomento ad ascolti estremamente variegati…
Gambacorta: Sicuramente i nostri ascolti sono variegatissimi. Quantomeno nell’ambito della musica rock o cosiddetta tale, i nostri ascolti non hanno nessun limite. Per quanto riguarda la classica e il jazz, ammetto personalmente di avere conoscenze meno approfondite. Anche se certamente classici del ‘900 come Schönberg o Stravinskij sono nel mio background di ascolti. Per il resto, non ho mai dedicato troppo tempo allo studio di uno strumento, cosa che ha sicuramente un impatto sulla nostra musica. A livello compositivo, sono assolutamente amatoriale, molto indie come estrazione (l’indie degli anni ’80 intendo). Allo stesso tempo, è proprio grazie a un approccio del genere che la nostra musica è molto sincretica, e che spesso esce da forme canoniche. Forse più che compositori siamo un po’ “scenografi musicali”.
Zingaro: Come diceva Lorenzo, abbiamo ascolti numerosissimi e catastroficamente variegati. Sul versante classica e jazz probabilmente gli influssi più marcati derivano da me: anch’io devo molto a diversi compositori del ‘900 (su tutti Nono, Berio, Scelsi, Schönberg, Stockhausen e Messiaen, ma anche Gershwin, Porter e soprattutto Ravel), ma l’avere in casa una sorella quasi diplomata in pianoforte mi ha esposto per molto tempo alla musica classica “tout court”. Il jazz, soprattutto nelle figure di Lee Morgan, Stan Getz, Sun Ra, Oliver Nelson, Jon Hassell, Dave Brubeck e JacquesLoussier, ha modificato molto il mio approccio alle chitarre, nonostante una vena generalmente molto istintiva che tendo a preservare gelosamente. È importante, però, sottolineare che “ascoltare” spesso sia differente dal “sentire”: ci sono creazioni musicali che sono basate sull’antitesi del suono – basti pensare ai primi dischi degli Einstürzende Neubauten – e, in questo senso, non nascono come destinate a solleticare le corde emotive di chi ascolta (per quanto, in molti casi, vi riescano). Da qui, ascoltare, che so, il flauto iperbasso di Roberto Fabbriciani può non tradursi necessariamente in un’influenza musicale ma, piuttosto, aprire strade concettuali dal valore inestimabile: credo che la nostra “elasticità” (e parimenti la nostra durezza nel non gradire quello che ci capita di non gradire) derivi soprattutto da questo.
Magrini: Ritengo sia normale ascoltare il nostro lavoro e cadere implicitamente in una sorta di limbo in cui non si sa bene se decidere di confrontarlo con qualsiasi cosa o non confrontarlo con niente, senza dover necessariamente trovare tante analogie obbligatorie e giustificazioni per quello che musicalmente siamo. Potremmo parlare di free jazz, di avant-rock, di musica classica, di forma teatrale, di psichedelia (che personalmente adoro), ma tuttavia un confronto diretto sarebbe probabilmente forzato, in quanto i nostri bagagli tecnici e culturali alla fine vengono chiamati in causa sempre in ragione della creatività, che ritengo essere il nostro punto di forza. E questo in parte è dovuto a tutta la musica che abbiamo ascoltato in questi anni, anche se talvolta, tra persona e persona, è stata anche molto differente. In questo progetto, il fine giustifica sempre i mezzi.
Tutto questo ci porta ad un’altra questione: come è strutturato, all’interno della band, il processo di scrittura dei pezzi? C’è un autore principale, che porta in studio del materiale, oppure la stesura dei brani è frutto di un approccio collettivo – cosa che, in effetti, parrebbe la più probabile, data la sensazione che l’improvvisazione giochi un ruolo importante nelle vostre incisioni…
Gambacorta: Ricollegandomi alla risposta precedente, diciamo che spesso sono io che dò l’idea di base e poi insieme la sviluppiamo, con Vincenzo che colora e dà forma al tutto e Matteo che fa da collante fra la mia personalità e quella di Vincenzo a livello d’idee d’arrangiamento e compositive. Ma questo era forse più vero nel primo disco (“Loom”). “Mornaite Muntide” è stato un lavoro molto più corale, e spesso i ruoli si sono invertiti. Di fatto io ho dato l’idea di base più a livello tematico e narrativo, musicalmente parlando è stato decisamente un lavoro corale.
Zingaro: Suonerà paradossale, ma in realtà non improvvisiamo granché, sia in creazione che in esecuzione. Certamente diverse cose sono nate in modo quasi “involontario” (mi viene in mente soprattutto The Loony Crowes Hoohaywire in the Shadows of the Gigantic Moon, che è stata al 60% frutto d’una casualità poi “congelata” e sviluppata), ma sia Lorenzo che io siamo estremamente autocritici e, di conseguenza, poco inclini a “buttare carne sul fuoco” senza un minimo di raziocinio concettuale. In questo senso, Matteo è stato spesso determinante perché ha consentito un certo ammorbidimento di questa “monoliticità” e la cosa ha certamente giovato.
Magrini: Come dicevano Vincenzo e Lorenzo, sembrerà strano, ma in realtà prima di mettere le mani sugli strumenti ragioniamo sempre profondamente a livello concettuale sul “cosa vorremmo veder uscire”. Lorenzo tesse le trame, il resto del lavoro consiste nel trasformare tutti e tre questa proiezione in musica. Difficilmente improvvisiamo senza definire un canovaccio. In quello che facciamo c’è anche tanto del nostro umore personale, e talvolta le cose suonano benissimo ed altre invece no. Questi personaggi hanno una forma, un nome, un cognome, ma sta a noi farli parlare. E il fatto che siano vivi a tal punto da far sì che un pezzo non suoni (anzi, non parli) mai nella stessa identica maniera mi piace. Adoriamo trasmettere alle nostre marionette il nostro stato d’animo, ed è questo che le rende vive ed imprevedibili.
Peculiare è anche la struttura dell’album, diviso in cinque lunghi “capitoli” (per quasi quaranta minuti complessivi d’ascolto) dai titoli chilometrici. Al di là di un mood fiabesco, con sfumature a tratti persino “horror” (che fanno pensare a certi scritti dei fratelli Grimm), è possibile rintracciare un concept in “Mornaite Muntide”?
Gambacorta: Si, di fatto lo è, ma abbiamo tenuto la parte narrativa molto “criptica”, affidando questo aspetto appunto solo a titoli e ai testi (come avrai visto, molto corti), in modo da far parlare il più possibile la musica di per sé, in modo tale che ognuno ci proietti e ci legga (se vuole) quel che più riesce soggettivamente a immaginarsi. Però si, la storia c’è, ma non si compie qui. È iniziata in realtà proprio con “Loom”, che è una sorta di campionario di vari personaggi, ha continuato a svilupparsi con “Mornaite Muntide” e continuerà coi prossimi dischi. Non so dove arriveremo, anche se ho in mente più o meno la trama di tutta la storia: magari non la completeremo mai, o forse sì. Comunque, ogni disco ne è praticamente un capitolo.
Magrini: La storia c’è, ma ci limitiamo a dirlo come “dato di fatto”: sta all’ascoltatore completare il lavoro aggiungendoci le proprie emozioni. Non ci piace dare direttive precise.
Zingaro: Volendo si possono individuare diverse metafore all’interno di questo lavoro, soprattutto in tema di alienazione e distacco da sé stessi, ma condivido pienamente, è fondamentale che ognuno sia libero di vedere, leggere e sentire quello che vuole in ciò che gli si presenta a disposizione dei sensi.
A proposito: come mai la scelta di questo titolo?
Magrini: Avevamo “provinato” qualche nome per questo lavoro (un’altra idea fu “The Swinging Tale of the Infinite Tomorrow”), ma alla fine “Mornaite Muntide”, fusione rivisitata di parole quali “morning“, “night“, “moon” e “tide“, riesce in qualsiasi maniera la si voglia interpretare a dare l’incipit per cominciare a immaginare questa “marea lunare del giorno-notte”. Ed in questo senso l’ottimo lavoro di Francesco Coschino alle copertine ci aiuta.
Gambacorta: Spesso e volentieri nei titoli e nei testi ci siamo inventati delle parole. Penso che chiunque abbia un po’ di padronanza con l’inglese se ne accorga subito. È una cosa voluta in effetti. Non siamo inglesi, inutile fingere, e di errori ne commetteremmo comunque, allora tanto vale inventarsi parole, anzi più che altro storpiarle, in modo che, onomatopeicamente, creino un certo effetto musicale, e allo stesso tempo rendano il senso di un mondo inventato, una cosa a parte, una realtà distorta. Il titolo segue questa logica, e la traduzione sta per “la marea lunare della notte mattutina” (o del “giorno-notte”), in riferimento al fatto che la storia, in questo capitolo, si svolge in un mondo dove la notte non ha mai fine e la luce è data da una sorta di perpetuo crepuscolo.
Zingaro: Personalmente ritengo valga sempre il detto “l’arte non si spiega”, in una sorta di continuità con un concetto di modernismo per il quale chiunque debba poter vedere ciò che preferisce vedere in una data opera artistica. Ciò presuppone, come insegna il dadaismo, che anche ciò che non nasce come “opera d’arte” possa, in effetti, esserlo per chi percepisce quel soggetto come tale (e, ovviamente, ciò ne rende valido anche il contrario). L’idea di Matteo – perchè “Mornaite Muntide” è stata una sua geniale illuminazione – per me concretizzava completamente questa libertà: può significare molte cose e non significare assolutamente nulla, è un nome che può essere pronunciato in molti modi diversi e nessuno di questi sarà mai sbagliato perché qualunque concretizzazione fonetica di quelle parole sarà una scelta di “gusto” del singolo e, come tale, insindacabile ma soprattutto “pura”, non veicolata né vincolata da indirizzi di alcun genere.
Esaminiamo le tracce più nel dettaglio. L’opener, The Death at Twilight of 25 Shattering Pieces of Sharpring Thin Ice, fa pensare, almeno nella prima parte, a certe nenie liquide di Robert Wyatt, corredata da un testo che ha la struttura di una filastrocca…
Gambacorta: Non ho pensato troppo a Wyatt, anche se certamente è un mio riferimento, soprattutto per “Rock Bottom”. Volevo che questo pezzo introducesse l’ascoltatore nella storia: la voce all’inizio ha questa funzione. È comunque, almeno dal mio punto di vista, permeato su quella specie di marcia funebre centrale, è quella la parte più “narrativa”.
Zingaro: Come in realtà tutto il disco, anche The Death at Twilight of 25 Shattering Pieces of Sharpring Thin Ice probabilmente risente di ispirazioni maggiormente provenienti da altre forme artistiche differenti dalla musica. Nella mia mente è sempre stata un po’ la concretizzazione sonora dei celeberrimi orologi sciolti di Dalì ne “La persistenza della memoria”. Quando abbiamo iniziato a lavorarci ero quasi ossessionato da quest’immagine di “cono a doppio imbuto in rotazione”, avvertivo la necessità di un qualcosa che passasse da uno stato “x” a uno “y” pur rimanendo perfettamente sé stessa ma in un contesto – a stato “y” – completamente ribaltato (appunto il “giorno-notte”): credo soprattutto che la parte finale, con quell’intreccio di flauti, omnichord, clarinetto e piatti, corrisponda alla concretizzazione, al compimento di questa “transizione”.
Magrini: The Death at Twilight of 25 Shattering Pieces of Sharpring Thin Ice è il pezzo “suicida” di questo disco: l’immagine che abbiamo voluto dare con questo primo capitolo, che funge quantomeno da introduzione alla storia (sebbene rimanga parte integrante del disco), è quella di questo fragile essere formato da 25 pezzi di ghiaccio che ci introduce goffamente nel regno del “Gluein’ Tenter”, dopodiché inizia a sciogliersi, morendo accompagnato da una marcia funebre che poco dopo muta diventando eterea, scrollandosi di dosso le sue ultime particelle, perché da lì a pochi secondi sarà tempo di pregare la luna.
Luna (and the Great Parade of Creatures Tiptoeing Around the Scarecrow), contesa tra malinconiche estasi e deliri psicotici, è uno dei vertici della schizofrenia o, se preferite, della varietà di umori che permea il disco. Sembra quasi non vogliate concedere alcun appiglio al “povero” ascoltatore – come del resto dimostra anche la “fluttuante” Gentle Marionette Firflies Lullabying Weavy…
Gambacorta: No, è un disco che non vuole avere baricentro, perché oggi la musica non ce l’ha. Oggi siamo immersi in una miriade di linguaggi autoreferenziali e sostanzialmente privi di capacità espressiva. Essendo nella maggior parte dei casi riciclati, non hanno senso in quanto espressione di qualcosa. Ogni forma è possibile, ma rimane tale, non arriva mai davvero ad essere senso e interpretazione di qualcosa. Se vuoi sapere quale forse è il mio più importante riferimento, almeno in termini espressivi, probabilmente è “Spiderland” degli Slint. Io vedo quel disco come un’opera sulla fine dei linguaggi. Mi piacerebbe credere che ci ricolleghiamo a quel tipo di intento, anche se, se vuoi, in termini più esistenziali e meno semiotici.
Zingaro: Perfettamente d’accordo con Lorenzo. Credo che la costante e assoluta (per non dire “obbligata”) disponibilità di un certo tipo di “appigli” abbia fortemente condizionato e fossilizzato il modo stesso di comporre musica e di approcciarsi alla stessa da parte di chi ascolta, elevando al grado di “vincenti” proposte estremamente banali e assolutamente avulse da contesti e percorsi artistici, e relegando al rango di “sperimentalismi” autentiche perle dal valore non solo artistico, ma soprattutto emotivo, inestimabili. In realtà dei punti di riferimento sono presenti anche in questo lavoro (come lo sono nella musica atonale e in migliaia lavori nei quali si direbbe non ci siano) ma, per l’appunto, semplicemente non sono in quelle strutture, in quei cliché e in quelle sonorità nelle quali si è ormai abituati a identificarli.
Magrini: Non so se si fosse già capito, ma a noi piace “schiaffeggiare” i nostri personaggi per poi spararli nel vuoto, sospesi a riflettere su loro stessi. Luna è un ululato, un richiamo, un grido, una preghiera. Ma è anche la nostra rappresentazione delle paure e delle insicurezze: lo si capisce dalle tremolanti parole del narratore, lunatico e terrorizzato (in questo caso) dalle creature che lo circondano, ma che successivamente verrà aiutato nel suo tentativo di evasione da questo mondo dalle Gentle Marionette Firflies…
In The Loony Crowes Hoohaywire in the Shadows of the Gigantic Moon cantate: «We come from nowhere land, nowhere land, nowhere land/ Smiling singing crooning wondering». Con un po’ di fantasia, ci si potrebbe leggere dei riferimenti ironici a voi stessi e alla vostra stessa arte, che sembra provenire da chissà qualche terra oscura e lontanissima…
Magrini: Se non ci prendessimo in giro sarebbe tutto più difficile. Specialmente in questo capitolo, che apre le danze alla vera e propria guerra a suon di tamburi di guerra e corvi schizofrenici che ti svolazzano intorno a ritmi martellanti e imprevedibili. È come se lo stesso paesaggio avesse incaricato i suoi “messaggeri del male” di portare un chiaro messaggio del tipo: “non ci provare, tu da qui non te ne vai”. Ma come tutti i personaggi di questo disco c’è anche una forte nota di continua ironia sulla conformazione degli stessi. È un po’ come essere attaccati dai Gremlins…
Gambacorta: I corvi sono forse i miei personaggi preferiti di questo disco (così come questo pezzo, sicuramente uno dei riferimenti per la nostra produzione futura). Mi è venuto in mente che potessero rappresentare l'”idea anarchica”, quella che tu non vuoi e non cerchi ma ti arriva, incontrollata, non voluta, talvolta inutile, talvolta geniale nella sua genuinità. Magari oscena, morbosa, ma a suo modo pura (artisticamente parlando). Quest’immagine è dovuta al fatto che questa “favola” vuole essere molto “meta-narrativa” ed essere una favola (anche) sul creare favole o storie in generale. In risposta alla tua osservazione, magari si, siamo un po’ noi o vorremmo esserlo, anche per il metodo molto amatoriale di cui ti parlavo sopra. Ma purtroppo accade spesso che alle proprie idee si mettano filtri di vario genere, coscienti o meno. Ecco: i corvi sono creazioni venute dal nulla, senza filtri.
Zingaro: È un brano che sicuramente apre a numerosissime potenziali disquisizioni sulla pazzia (alcune anche potenzialmente deleterie come taluni elogi al disagio psichico che ogni tanto si leggono e che, personalmente, trovo imbarazzanti), ma quella “terra oscura e lontanissima” non è altro che il nostro… chiamiamolo “lato ß”, quello, appunto, delle nostre percezioni non filtrate. Ogni qualvolta un essere umano elabora un sentimento, quasi mai questo si traduce in reazione fisica direttamente corrispondente all’intensità dello stimolo ricevuto: l’esperienza, le abitudini, il raziocinio e il contesto intervengono nel mediare tra lo stimolo e la reazione. Se questo filtro mancasse, probabilmente per un bacio ci si scapicollerebbe dalla gioia: The Loony Crowes Hoohaywire in the Shadows of the Gigantic Moon per me è il suono di qualcosa del genere. Uno stimolo che viene tradotto senza passaggi intermedi, una reazione perfettamente congrua e del tutto simile all’entità dello stimolo di partenza (che, in questo caso, è notevole).
L’amore per la psichedelia anni ’60 emerge in modo particolarmente prepotente in At Twilight, Giant Farflies, che in alcuni passaggi richiama alla mente le nenie “disturbate” di Syd Barrett, nonostante una costruzione decisamente meno frammentaria e più articolata ed una vena più cupa…
Gambacorta: I Pink Floyd e Barrett rimangono un grande amore. Però è vero, come hai detto tu, che se c’è Barrett ci sono anche le paranoie del primo Waters di pezzi come Set the Controls for the Heart of the Sun o Careful With That Axe Eugene. Ma, come hai visto, non sono comunque riferimenti né cosi diretti né cosi onnipresenti.
Zingaro: A ben guardarlo è un brano costruito in “movimenti” e già questo lo ricollegherebbe, sulla carta, a discorsi più imparentati con la musica classica che non con altri generi. In questo senso saremmo ipocriti se dicessimo di non amare i Pink Floyd, ma allo stesso tempo la quasi totalità di questo brano non deriva né da loro né da altri riferimenti musicali quanto, almeno per me, da immagini soprattutto appartenenti al mondo delle arti grafiche. Lavorando a questo pezzo avevo fissi in mente l'”Ubu” di Alfred Jarry e l'”Empire of light” e “La battaglia delle Argonne” di Magritte: la totale anarchia di senso nel primo caso e una sorta di “forma perfetta” che, proprio per questo, rende ancora più inquietanti e spiazzanti i soggetti ritratti negli altri due. Se c’è una cosa che si riflette in questo brano (almeno nei miei interventi), ecco, sicuramente deriva in maggior misura da queste ispirazioni.
Magrini: È sicuramente uno dei miei momenti preferiti di questo lavoro. Le atmosfere vengono sommariamente riportate al loro stato nativo, lasciando l’ascoltatore e i gli stessi personaggi – nonostante si avverta, alla fine di questi 40 minuti, una sensazione di “giocattolo che si rompe” – in uno stato di sospensione, un eterno limbo di libero arbitrio che conclude tutto o meglio ancora, non conclude niente.
“Mornaite Muntide” è stato registrato, come voi stessi spiegate nella quarta di copertina del booklet che accompagna il CD, con la tecnica binaurale, la quale consente di sperimentare una sorta di ascolto “tridimensionale”. Come mai non vi siete affidati alla più tradizionale stereofonia?
Zingaro: Questo è un parto della mia mente bacata e me ne assumo ogni responsabilità! Scherzi a parte, mi era venuta l’idea di sfruttare la ripresa in binaurale ancora prima che iniziassero le fasi di lavorazione al disco e, andando avanti con il lavoro, questa possibilità ci è risultata sempre più imprescindibile. Era necessario che la storia narrata in “Mornaite Muntide” fosse quanto più possibile realistica, e non v’è tecnica di ripresa più realistica di quella binaurale, soprattutto in tema di “spazializzazione” del suono. Una ripresa stereofonica non avrebbe mai potuto restituire quella profondità e quella sensazione di “presenza fisica” dell’ascoltatore all’interno degli eventi sonori delle quali avevamo bisogno.
Registrare in binaurale significa, inoltre, limitare a pochissime tracce (non abbiamo mai superato le 8) lo spazio per sovraincisioni, e questo spinge positivamente in molte direzioni: sei “costretto” a razionalizzare negli arrangiamenti, ti invita a puntare maggiormente sull’amalgama generale e su un risultato “corale” anziché “solistico”, richiede una concentrazione molto alta poiché l’errore del singolo non può essere recuperato con l’editing, ribalta i discorsi di missaggio perché, registrando in presa diretta e in un’unica traccia stereo, i timbri richiesti devono essere già “pronti” all’atto dell’ascolto da parte della testa binaurale (quindi della ripresa) e non possono essere cesellati a posteriori.
Tutto questo garantisce una fisicità e una naturalezza del suono dalle quali non solo semplicemente non sarebbe stato giusto prescindere, ma che soprattutto avremmo rischiato di edulcorare e perdere ricorrendo a tecniche di ripresa convenzionali. A tutto ciò, vanno aggiunte altre due peculiarità: un’importante componente di “preservazione del momento” e di “unicità” della riproduzione e del luogo in cui quella particolare ripresa è avvenuta e, se vogliamo, un discorso concettuale di “progresso”.
Per la stereofonia e per la trasmissione radiofonica, la registrazione in binaurale è considerata un “errore” perché si tratta di un tipo di registrazione che, per sua stessa natura, si può dire che si basi sulle differenze di fase tra sorgenti sonore. Suoni in “anti fase” non sono riproducibili in regime di monofonia e lo standard “mono” è ancora il discriminante più importante per la trasmissione radiofonica (dato che il segnale radio non può essere sempre garantito come stereofonico, si richiede che quanto trasmesso possa essere ascoltato anche in monofonia senza perdersi nulla): questo rappresenta ancora oggi il motivo principale per il quale una tecnica vecchia di ormai 40 anni come quella di ripresa in binaurale non sia ancora riuscita ad attecchire in pianta stabile nella produzione musicale. È, però, un risultato paradossale se si pensa che ormai siamo quasi all’ “iperstereofonia”, con impianti 5.1 e superiori; in questo senso, è quasi ridicolo ma la registrazione in binaurale (e l’olofonia) rappresentano ancora il futuro, nonostante si sia praticamente già oltre la stereofonia: è quasi come volersi privare di una terza dimensione per pigrizia.
In ogni caso, per informazioni dettagliate sulla registrazione in binaurale rimando al sito di Franco “Franko” Russo, inestimabile (ma stimatissimo) specialista italiano del settore che ha registrato “Mornaite Muntide”: www.terzoorecchio.com
Magrini: Qui non posso far altro che dire “tanto di cappello a Vincenzo” che ha avuto questa geniale intuizione: questa soluzione, anziché metterci timore – perché comunque sia è un rischio che ti prendi – si è poi rivelata la migliore, se non l’unica per poter trasmettere a pieno la nostra storia. Franco Russo ha preso parte a questo progetto e per noi è stata un’esperienza indimenticabile. E non mi vergogno si dire che il primo di giorno di registrazioni, mentre stavamo allestendo la scena, ho riascoltato una registrazione fatta al volo di noi tre che passeggiavamo per la chiesa e parlavamo mentre stavamo sistemando la strumentazione. Ad un certo punto avevo le cuffie e mi sono girato verso Vincenzo e Lorenzo chiedendo loro di fare silenzio perché “non sentivo bene”. Peccato che nella chiesa erano usciti tutti e c’ero solo io. In quel momento ho capito in pieno la magia del binaurale e i miei occhi sono diventati lucidi… Un’emozione indescrivibile.
Quest’album rappresenta indubbiamente un caso piuttosto unico nel panorama musicale alternative/avant italiano e non. La domanda è: avete faticato per imporre la vostra visione musicale o quelli della Seahorse vi hanno lasciato carta bianca?
Gambacorta: No, sinceramente Paolo Messere ci ha assolutamente dato carta bianca, ha molto apprezzato la nostra evoluzione (o involuzione, o disgregazione a seconda dei punti di vista) e ci ha sempre dimostrato grande stima.
Magrini: Messere sostiene da sempre con rispetto e ammirazione il nostro progetto e gliene siamo grati. Quando gli abbiamo portato il disco l’ha ascoltato e alla fine c’è stato un lunghissimo silenzio dal quale è uscito, con i nervi ancora scossi, con l’unica frase che volevamo veramente sentire in quel momento: «Ragazzi, siete pazzi… è bellissimo».
Porterete in tour queste canzoni? E se sì, avete pensato a qualche arrangiamento particolare (magari persino a qualche stravolgimento), o cercherete di rimanere fedeli il più possibile a quanto si ascolta nell’LP?
Gambacorta: Si certo, le stiamo già portando in giro! Siamo stati a Trento, Udine e Andria, e finalmente suoneremo “in casa” a Firenze il 7 giugno, dove di fatto presenteremo ufficialmente il disco, anche se con un certo ritardo. I pezzi sono assolutamente fedeli all’album semplicemente perché sono suonati esattamente come sono stati registrati. Abbiamo registrato tutto suonando in diretta e le sovraincisioni, come dicevamo prima, sono davvero poche.
Zingaro: Si può dire che quanto si ascolta nell’LP sia già, per noi, la forma definitiva di concretizzazione di quelle “stanze narrative” quindi non v’è necessità né motivazione concettuale per stravolgimenti o anche lievi modifiche. Lo stesso non si può dire di alcuni brani del precedente disco che, dal vivo, vengono riproposti spesso in versioni diverse da quelle originali.
Magrini: Naturalmente siamo consci del fatto che la nostra musica non sia per tutte le orecchie e per tutti i posti, ma nonostante questo il tour sta andando bene e riceviamo commenti lusinghieri: per noi è la ricompensa più bella dato il tempo, l’impegno, le risorse e l’amore che abbiamo messo in questo lavoro.
