Micah P. Hinson – And the pioneer saboteurs

Stavolta cominciamo dalla fine, da The retourning, pezzo che chiude questo quarto album di inediti di Micah P. Hinson. I suoi primi sette minuti (una colata di feedback e cacofonie assortite che si stempera lentamente con l’ingresso degli archi) sono illuminanti, sintesi perfetta della musica del texano, sempre in bilico tra Luce ed Oscurità. Del resto, da uno che nei primi vent’anni di vita è stato in prigione, ha avuto problemi di tossicodipendenza ed ha dichiarato bancarotta, non ci si poteva aspettare niente di diverso. La vita, per Hinson, non è una favola, ma un percorso doloroso, costellato di rabbia, sconfitta, sacrificio ed ansia di redenzione.

And the pioneer saboteurs prende le mosse da una poesia di Walt Whitman (Pioneers! O Pioneers!, contenuta in Foglie d’erba, raccolta del 1885) per raccontare come il “Sogno americano” si sia trasformato in un incubo agghiacciante, percorso dalla follia della guerra, dall’odio, dal razzismo. Le dodici tracce del disco mescolano country e folk, post-rock e western, archi e chitarre, con inaspettati spunti elettronici a rinvigorire le consuete atmosfere goticheggianti. L’impianto è grandioso, ma la contro-epopea hinsoniana mostra spesso il suo lato più umano. Sin dall’opener: A call to arms è tutto meno ciò a cui il titolo pare alludere. Un senso di sconfinata pietà si fa largo in un florilegio di archi morriconiani, quella stessa pietà che permea il lamento struggente di The cross that stole this heart away o il grandioso crescendo a tempo di valzer di She’s building up castles in her heart. Il gioco di chiaroscuri è ben esemplificato anche da Seven horses seen, che dipinge con delicate tonalità acustiche un agghiacciante quadretto familiare («Hey there little boy / Now don’t you be afraid / Your father doesn’t love you / And he’s made your mom a slave» l’incipit). Tutto l’opposto di quel che accade in Take off that dress for me, delicata roots-ballad in cui Hinson canta dell’amore come unico, vero atto rivoluzionario. Accanto a queste, in obbedienza a quella dialettica dei contrasti cui accennavamo sopra, Watchers, tell us of the night, nervosa e minimalista nel suo mix di chitarre e beat sintetici, e Stuck on the job, dall’afflato gospel.

In chiusura, The retourning – ma ne abbiamo già parlato. I fantasmi sono lì fuori, il mondo è un posto buio e freddo, violenza e solitudine regnano sovrane ma, se è vero quel che Hinson canta in Take off that dress for me («My sweetness / You can come be by my side / Against all hope / And sense of human pride»), allora forse non siamo del tutto perduti.

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