Holy Fuck – Latin

Tra gli eredi della scena krautrock, gli Holy Fuck si distinguono per la combinazione di tre elementi: l’adozione di una strumentazione rigorosamente analogica (niente laptop, dunque, e spazio anche a strumenti “impropri” come una pistola laser giocattolo…), la produzione lo-fi ed un’attitudine all’improvvisazione. Ne risulta, così, un mosaico di eventi sonori, un flusso minimalista di suoni di varia provenienza che si stratificano progressivamente, dando vita a robusti crescendo a base di beat schiacciasassi e rumorismi vari. Dopo il buon esordio (Holy Fuck, del 2005), la formula a base di elettronica e rock psichedelico aveva mostrato la corda nel successivo LP (2007), eccessivamente monocorde. Latin, pertanto, era una specie di prova del nove per Graham Walsh e Brian Borcherdt, l’occasione per fugare ogni dubbio circa il valore della loro proposta.

Latin, però, non fuga proprio nulla, anzi. Che i due canadesi siano talentuosi è fuori discussione: pur senza fare sfracelli, il funk stralunato di Red lights, le sovrapposizioni sinuose di Latin America, l’ossessivo mantra post-umano di SHT MHN, Stilettos, terrificante giostra elettronica, e l’impetuosa P. I. G. S., mostrano soprattutto una notevole capacità di sintesi e una discreta tensione psicologica. Il problema, però, è che è tutto qui: il resto disco si adagia sul “già sentito”, con Walsh e Borcherdt che neppure sembrano sforzarsi troppo di andare oltre la pallida imitazione del proprio passato. Tracce come MD (un soundscape ambientale), Silva & Grimes (infarcita di elettronica da videogame vintage) e Lucky (un ipnotico flusso di distorsioni e voci manipolate), giusto per citarne qualcuna, risultano formalmente impeccabili, ma dimostrano anche come al duo piaccia, di tanto in tanto, barare, proponendo una sorta di “sperimentazione di consumo”, facilmente digeribile perché addomesticata nei suoni e nelle pulsioni.

Insomma, Latin segna un altro punto interrogativo nella discografia degli Holy Fuck. Forte di un primo album che, pur non essendo un capolavoro, denotava una vitalità creativa ed un’energia davvero sorprendenti, evidentemente il duo s’è illuso che, dopo, potessimo berci qualsiasi cosa ci venisse propinato. Errore. A Walsh e Borcherdt conviene ritrovarsi subito. Ammesso che ci sia ancora qualcosa da ritrovare, a questo punto…

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