«L’imitazione è la più sincera delle adulazioni», sosteneva Charles Caleb Colton (1780 – 1832). Tuttavia, nello scarto tra intenzione e realizzazione si annida la personalità. Detta altrimenti, il complesso di variazioni – anche minime e non necessariamente consapevoli – introdotte a partire da una certa estetica/modus operandi, definisce il proprio tratto personale. I Calibro 35 si rifanno esplicitamente ad un immaginario, quello dei “poliziotteschi” anni ’60-’70, di cui ripropongono le soundtrack. La loro, però, non è una banale operazione di archeologia: è una rielaborazione solo in apparenza formalmente deferente, ma in realtà assai peculiare.
Quest’album di debutto nasce dall’incontro di Massimo Martellotta, Enrico Gabrielli, Luca Cavina e Fabio Rondanini, supervisionati dal producer Tommaso Colliva – tutti nomi noti della scena indie italiana (nei vari curriculum, Afterhours, Mariposa, Niccolò Fabi, Dente, Marta Sui Tubi). Dodici le cover, brani di, tra gli altri, Louis Bacalov, Armando Trovajoli ed Ennio Morricone; due gli inediti (Notte in Bovisa e La polizia s’incazza). Ad accomunarli, un pigio mimetico che non scade mai nell’imitazione pedissequa: l’ironia, un’ironia sottile, forse persino (auto)parodistica, anima questi vividi quadretti di strada, tra groove funky, asperità elettriche, sofisticatezze jazz e slanci psichedelici. Emblematica è Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto: la rilettura del quintetto, complici una serie di accorgimenti (il tema intonato da chitarra e tastiere, le sevizie timbriche su un pianoforte), si riappropria del testo morriconiano, infondendogli una vita al di fuori dello stereotipo. Una sorta di violenza sotterranea percorre tutto il disco: ma se in Milano calibro 9 esplode in un finale da urlo, altrove è costantemente rimandata (La polizia s’incazza) o declinata in chiave di incubo metafisico (Trafelato).
L’esecuzione è brillante, espressiva, al punto tale da ammantare i charleston sibilanti, le chitarre stoppate e l’andamento da galoppata nervosa di Gangster story di una sorta di poesia profondamente metropolitana. Più placide, Una stanza vuota, gioiellino di malinconia bluesy, e Spiralys, che, nomen omen, definisce traiettorie ipnotiche, con la chitarra impegnata in ampie volute acidule. L’unico brano cantato (se si esclude qualche coretto qua è e la) è la bonus-track, L’appuntamento, storico successo di Ornella Vanoni (la firma in calce è di Bruno Lauzi e Roberto ed Erasmo Carlos), forse il solo, vero divertissement della raccolta.
Nel complesso, un esordio sorprendente, mix riuscitissimo di eleganza e ruvidezza, che riesce a non sporcarsi le mani con il revival più stantio.
