Hendrik Höfgen è un attore, bravo, anzi bravissimo. Un talento fuori dal comune che lo ha portato sul palcoscenico, dove non disdegna di mettere in scena testi bolscevichi e brillanti farse francesi. Hendrik prende lezioni di ballo da Juliette (che è anche la sua amante, una bella donna di colore, anche se il padre era tedesco), è un uomo colto, brillante, contrario alla nuova ideologia che progressivamente sta prendendo piede in Germania negli anni Trenta, il nazionalsocialismo. Soprattutto, Hendrik è un grande Mefistofele in scena. Quando Hitler prende il potere, l’attore si ritrova coinvolto nei complessi giochi che coinvolgono anche l’arte: incapace di comprendere fino in fondo quanto la politica sia destinata a influenzare anche il teatro, Hendrik, pur di mantenere i riflettori puntati su di sé, non esita a passare dalla parte opposta, simpatizzando con un generale nazista che lo prende sotto la sua ala protettiva e lo trasforma nel più grande attore tedesco del tempo («a lei andrà sempre tutto bene Hendrik Höfgen. A parte quello che sta succedendo in Germania» sono le parole di un’attrice al protagonista).
Strepitosa l’interpretazione di Klaus Maria Brandauer nei panni di Hendrik Höfgen , personaggio che richiama Gustaf Gründgens, il marito di Erika Mann. Il soggetto del film è infatti tratto dall’omonimo libro di Klaus Mann (figlio del Premio Nobel Thomas Mann), che per la costruzione del suo Hendrik si ispirò proprio al cognato, celebre attore tedesco, noto per aver partecipato a pellicole come M – Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang. Hendrik Höfgen è un personaggio splendido e complesso, affascinante in tutta la sua superbia, talvolta antipatia, nella sua fragilità umana (che assume spesso la forma della viltà) che si confronta quotidianamente con un genio artistico eccezionale – aspetto evidenziato anche dal generale tedesco, il quale, dopo una rappresentazione del Faust, afferma che gli attori mostrano sempre grande spirito sulla scena e altrettanta debolezza nella vita.
Centrale nell’ottima pellicola di István Szabó (miglior film straniero all’edizione ’82 degli Oscar, David di Donatello ’82 per il miglior film straniero e il miglior attore straniero) è l’incapacità di Höfgen di comprendere fino in fondo il profondo legame che si era creato al tempo tra il Nazismo e qualunque altro ambito, anche al di fuori della sfera strettamente politica. Höfgen prende in mano il testo dell’Amleto davanti alla moglie, che gli sta chiedendo di prendere una posizione, ed esclama «questa è la mia libertà, l’unica per un attore», decidendo di non scendere da quel palcoscenico che tanto gli ha dato (e gli darà) e molto gli ha tolto: stima, rispetto di sé, degli amici, dignità. Fondamentale è lo specchio rappresentato da un collega, Hans Miklas, con cui Hendrik ha un rapporto di profondo fastidio e disistima, un uomo che compie di volta in volta scelte opposte alle sue e che Mephisto finirà con il tradire, condannandolo a una brutta fine.
Mephisto: è così che il generale chiama Hendrik Höfgen anche fuori dal teatro, cancellando definitivamente il confine che separa l’uomo dall’attore. «Ma cosa vogliono da me? Cosa vogliono? Io sono solo un attore» esclama Höfgen, perché il suo tentativo di vivere per il teatro e di ottenere per sé l’applauso imperituro del pubblico lo ha costretto a un eterno compromesso. Quando poi capisce che le sue scelte hanno avuto delle conseguenze, talvolta terribili, anche per i vecchi amici, è ormai troppo tardi. È così, dunque, che Mephisto si trasforma in Faust, colui che ha venduto l’anima al diavolo in cambio della conoscenza.


