Dito Montiel – Guida per riconoscere i tuoi santi

Guida per riconoscere i tuoi santi è il primo film di Dito Montiel, prodotto da uno dei protagonisti, un sempre bravo Robert Downey Jr, da Sting e la moglie Trudie. È una storia autobiografica, quella del regista, autore anche del romanzo omonimo, pubblicato nel 2003: nel cast spicca l’attore feticcio di Montiel, Channing Tatum, nei panni di Antonio, giovane che ha adottato l’anaffettività come forma di auto-difesa dalle ripetute violenze da parte del padre.

Tutto inizia ai giorni nostri, quando Dito, ormai affermato scrittore a Los Angeles, viene contattato dalla madre, poiché il padre non sta bene e non vuole farsi curare. Dito non ha rapporti con i suoi genitori da quindici anni, da quando se n’è andato da New York, in seguito ad alcuni fatti dolorosi, per lui troppo difficili da sopportare. Quando torna a casa, niente è cambiato da quelle afose giornate di metà anni Ottanta che hanno segnato la sua adolescenza: la sua ex fidanzata si è sposata con un altro uomo, ma continua a guardare il mondo dalla stessa finestra di quando era un’adolescente, sognando qualcosa che non è mai arrivato, o almeno, non da Dito. Nerf, uno dei vecchi compari, da sempre visceralmente attaccato alla madre, vive ancora con lei anche da adulto, in quanto, senza il supporto dei suoi amici più cari, non è stato in grado di scegliere diversamente.

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E gli amici? Una volta c’erano Giuseppe, Antonio e Mike, un immigrato irlandese con cui Dito condivideva il sogno di una rock band. Ma il futuro non è mai come ci si aspetta: prove da superare, scelte più o meno dolorose da compiere, persone che entrano nella vita per poi uscirne, non senza aver prima lasciato delle tracce importanti di sé, rimanendo però, col tempo, solo indelebili ricordi. Lo stesso accade ai protagonisti di questo film, tutti legati da vincoli in cui domina l’amore, ma anche un sentimento di violenza, rabbia e la voglia di evadere, rimanendo tuttavia prigionieri in un universo che pare essere immutabile, un piccolo ghetto in cui le speranze non trovano spazio.

Splendido il ritratto del rapporto padre-figlio, di due generazioni in perenne conflitto, eppure legate da un affetto che resiste al tempo e alle incomprensioni. Se per alcuni le scelte sbagliate hanno decretato la morte di ogni illusione (come per Antonio), per altri, scelte definitive hanno condotto a una totale emancipazione dalle proprie paure: una liberazione che, però, non conosce un totale distacco dal vecchio mondo, perché la famiglia e gli amici storici rimangono, nonostante gli attriti e le differenze inconciliabili. Con queste persone, prima o poi, si torna sempre a fare i conti.

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