Luchino Visconti – Ludwig

Ludwig II di Baviera è conosciuto come il re delle favole, grazie ai maestosi castelli che ha fatto costruire, il più noto dei quali è senz’altro Neuschwanstein (che, in italiano, significa “nuova pietra del cigno”: la denominazione deriva dal nome del protagonista di una delle più celebri composizioni wagneriane, Lohengrin, detto anche “Il cavaliere del cigno” e, secondo il ciclo arturiano, il figlio di Parsifal).  Il castello venne progettato sotto la stretta supervisione del re in onore di Richard Wagner, di cui Ludwig era un grande ammiratore.

L’analisi del rapporto con Wagner è solo uno dei tanti punti di forza di Ludwig di Luchino Visconti. Questo lungometraggio (e lungo lo è davvero, quasi quattro ore!) del ’73 è il terzo capitolo di una trilogia tedesca, iniziata nel ’69 con La caduta degli dei e proseguita nel ’71 con Morte a Venezia. Visconti meditava una tetralogia, con la trasposizione de La montagna incantata di Thomas Mann, ma, proprio durante le riprese di Ludwig, il regista fu colto da ictus cerebrale, restando semi-paralizzato.

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Helmut Berger è perfetto nei panni del protagonista, grazie a un’eccezionale somiglianza fisica con il personaggio reale, l’irrequietezza e per la comune capacità di sperperare una quantità incredibile di denaro: ma Ludwig investì soprattutto nell’arte, poiché «il regalo più grande che si possa fare a un popolo è quello di arricchire il suo spirito» e l’opera di Wagner fu perfetta per realizzare la commistione tra musica e poesia.

Nel giugno 1886 Ludwig venne dichiarato ufficialmente pazzo, anche se alcuni studiosi sostengono la teoria del complotto, di cui egli sarebbe stato vittima. Fondamentale nel film è la figura di Elisabetta d’Austria, per la quale Ludwig prova un profondo amore, paragonandosi a Sigfrido, protagonista del terzo dramma musicale del ciclo L’anello del Nibelungo («l’unico momento nella storia in cui l’eroe ha paura è quando per la prima volta nella sua vita vede una donna», ossia Brunilde).

Nella pellicola il vissuto di Ludwig segue delle tappe ben precise: l’iniziale idealismo si scontra ben presto con la disillusione e le frustrazioni legate ai doveri di monarca, dai quali egli vorrebbe liberarsi – e il più delle volte ci riesce, disinteressandosi ai propri compiti e portando, così, i suoi nemici a ordine un piano per destituirlo. Rinchiuso nei suoi castelli, il re si abbandona a ogni forma di piacere, vittima della sua follia, che in tutto il cinema di Visconti non assume mai toni di degrado, ma sfumature quasi liriche: la pazzia di Ludwig serve solo a sottolineare ancora di più la passionalità, la sensibilità e l’indecifrabilità dell’individuo («Voglio rimanere un eterno enigma, per gli altri e anche per me stesso»), nonostante ne decreti anche l’irreversibile devastazione psichica.

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