Il 14 marzo 1972 moriva Giangiacomo Feltrinelli

Il 14 marzo 1972 moriva Giangiacomo Feltrinelli.

Giangiacomo era il figlio di Carlo Feltrinelli, presidente del Credito Italiano e di Edison, e proprietario di aziende come la Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali (l’attuale Bastogi S.p.A), la società di costruzioni Ferrobeton S.p.A. e la Feltrinelli Legnami. Alla morte del padre, la madre di Feltrinelli sposò Luigi Barzini junior, giornalista del Corriere della Sera.

Durante la guerra, Feltrinelli si arruolò nel Gruppo di Combattimento «Legnano»: dopo aver militato nel Partito Socialista Italiano, Giangiacomo passò a quello comunista. Nel ’48 gettò le basi della Fondazione Feltrinelli, mentre nel ’54 fondò la casa editrice Giangiacomo Feltrinelli Editore: i primi volumi pubblicati furono Il dottor Živago di Boris Pasternak e Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. In particolare, Il dottor Živago permise a Pasternak di vincere il Premio Nobel.

Nel ’64, Feltrinelli compì un viaggio a Cuba, dove conobbe Fidel Castro: fu Castro ad affidare a Giangiacomo Diario in Bolivia di Che Guevara, che verrà pubblicato proprio dall’editore, il quale entrò in possesso anche di Guerrillero Heroico, la famosissima foto del Che scattata da Alberto Korda.

Feltrinelli è passato alla storia, oltre che per l’attività editoriale, anche per il suo impegno politico: nel ’68 si recò in Sardegna per prendere contatto con gli ambienti della sinistra e dell’indipendentismo isolano. Dopo la strage di Piazza Fontana, Feltrinelli, finanziatore di alcuni gruppi di estrema sinistra e preoccupato che, in relazione alla strage, fossero state costruite delle prove contro di lui, decise di darsi alla clandestinità. In seguito, fondò i GAP.

Nel ’72 il corpo senza vita di Feltrinelli venne ritrovato vicino a un traliccio dell’ENEL. Si parlò di un incidente – pare che Feltrinelli volesse far saltare il traliccio -, ma la tesi venne rifiutata da molti intellettuali del tempo  (buona parte dell’estrema sinistra, non Potere operaio).

Al processo del ’79, la procura di Milano affermò che l’editore era rimasto vittima di un “incidente sul lavoro”. In seguito, giunse un comunicato stampa anche delle Brigate Rosse – Feltrinelli aveva avuto contatti con Renato Curcio e Alberto Franceschini, i fondatori delle BR -, in cui si leggeva:

«Osvaldo [nome di “battaglia” di Feltrinelli, NdR] non è una vittima, ma un rivoluzionario caduto combattendo. Egli era impegnato in una operazione di sabotaggio di tralicci dell’alta tensione che doveva provocare un black-out in una vasta zona di Milano […]. Inoltre il black-out avrebbe assicurato una moltiplicazione degli effetti delle iniziative di propaganda armata. Fu un errore tecnico da lui stesso commesso, e cioè la scelta e l’utilizzo di orologi di bassa affidabilità trasformati in timers, sottovalutando gli inconvenienti di sicurezza, a determinare l’incidente mortale e il conseguente fallimento di tutta l’operazione».

Alla fine, l’ipotesi dell’incidente prevalse su quella dell’omicidio. Con la morte di Feltrinelli i GAP si estinsero, mentre le attività della casa editrice vennero da allora gestite dalla moglie di Feltrinelli, Inge Schönthal, e poi dal figlio Carlo, autore, tra l’altro, di un’ottima biografia sul padre, Senior Service. Per quanto riguarda la Fondazione Feltrinelli, invece, essa costituisce ancora oggi uno dei maggiori centri di ricerca sulla storia e la cultura socialista.

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