Shining

Stanley Kubrick – Shining

Intenzionato a seguire la scia del successo di film come L’esorcista e Il presagio, Stanley Kubrick decide di dedicarsi ad un genere per lui nuovo, l’horror. Si tratta di una scelta compiuta per motivi commerciali: il film in questione è Shining, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore Stephen King, già all’epoca tra i più popolari autori americani. È stata efficace anche la scelta di un attore del calibro di Jack Nicholson, personalità nota al grande pubblico e perfetta per il ruolo del maniaco Jack Torrance.

Lui, assieme alla famiglia composta dalla moglie Wendy (Shelley Duvall musa del regista Robert Altman) e dal figlioletto Danny (Danny Lloyd), è protagonista della cupa trama di Shining. L’interpretazione di Nicholson è una delle più iconiche della storia del cinema, entrata facilmente nell’immaginario popolare assieme alle frasi schizofreniche di Jack («Here’s Johnny!»): la sua pazzia omicida è uno dei punti focali della storia, un elemento che avvicina Shining a film di case stregate, quali Amtyville horror. In entrambi i casi il padre diventa vittima di una psicosi che lo spinge a massacrare il resto della famiglia, una follia che pare essere provocata dalla stessa casa.

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Tuttavia è lo “shining” (luccichio) a dare il nome al titolo, ovvero la capacità (di Danny) di avvertire la risonanza presente di persone o eventi accaduti in passato: un’abilità paranormale che farà rivivere a Danny alcuni degli orrori antichi dell’Overlook Hotel, costruito sopra un cimitero indiano e infestato da una presenza malvagia che corrompe progressivamente la sanità mentale di Jack. La sosta invernale dei Torrance nell’hotel, luogo che devono gestire fino all’arrivo dell’alta stagione, si rivela distruttiva: gli eventi anomali che vi hanno luogo (e che sembrano avere una fonte nella misteriosa stanza 237) sembrano accostarsi ai contrasti già esistenti dentro il nucleo familiare. Viene infatti proposta l’immagine di una famiglia americana fuori da ogni idillio, con tanto di padre scrittore alcolizzato, figlio dotato di strani poteri e una madre fragile ma capace di difendersi dalla follia del marito, che scarica su di lei la sua frustrazione con atteggiamento misogino.

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Sono questi elementi a fare del film di Kubrick un’opera differente, dall’ironia più marcata (consentendo al regista di utilizzare i soliti toni grotteschi) e meno spinta verso il soprannaturale, una scelta che King ha contestato. Più che un film costruito per spaventare, Shining sembra essere pensato come satira del patriarcato americano: i continui richiami alla famiglia, dai rapporti sempre più corrotti, e il look domestico (non gotico come in film simili) degli interni del film sembrano offrire una lettura freudiana dei conflitti rappresentati, certo meno immediata per il romanzo che è un horror a tutti gli effetti.

Lo Shining kubrickiano risponde semmai alla definizione di “fantastico” offerta da Todorov, come suggerisce il critico Naremore: l’esperienza del fantastico mette in discussione ciò che consideriamo reale. Il confine tra immaginazione ed elemento soprannaturale non è infatti ben definito come nel libro di King e, proprio per questo motivo, il film risulta un’opera molto più perturbante e ambigua che non spaventosa, ma nonostante ciò considerata oggi una delle migliori pellicole horror di sempre.

 

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