A quindici anni di distanza da Amore tossico, Claudio Caligari torna dietro la macchina da presa per L’odore della notte, con protagonista Valerio Mastandrea (insieme a Giorgio Tirabassi e Marco Giallini), che con il regista di Non essere cattivo ebbe un rapporto d’amicizia durato fino alla morte di quest’ultimo.
Il film è liberamente ispirato a Le notti di «Arancia meccanica» di Dido Sacchettoni, ed è incentrato sulla parentesi criminale di un gruppo di rapinatori della periferia romana i quali, dai piccoli furti per strada, passano alle rapine nelle case. Questi Drughi di fine XX secolo rubano ai ricchi per dare ai poveri (ossia, a loro stessi), compiendo quello che nella loro visione è un atto di giustizia, un ripristino degli equilibri sociali compromessi a causa delle differenze di natura economica. A guidare la banda è Remo Guerra (Mastandrea), ex poliziotto che nelle rapine cerca un modo per sfogare una rabbia repressa, la quale aspetta solo il momento di violenza per venire a galla. Tuttavia, nonostante i successi come ladro, Remo è inquieto ed inizia ad avere delle crisi di coscienza.

Nella pellicola troviamo i leitmotiv del regista, dall’uso del dialetto romano, alla messa in scena della condizione dei giovani delle borgate, in Amore tossico schiavi dell’eroina, ne L’odore della notte di un disagio altrettanto profondo che spinge i protagonisti a trovare un senso alla propria esistenza nelle rapine – è così almeno per alcuni (Remo e il Rozzo), per altri si tratta di necessità (Roberto) o ambizione (Maurizio).
Il libro da cui il film è tratto richiama una storia realmente accaduta tra Torino e Roma a fine anni Settanta e l’inizio degli Ottanta: Remo (il cui vero nome era Agostino) venne intervistato in carcere dallo stesso Sacchettoni, giornalista di cronaca nera. Ciò che emerge dal libro (e poi dal film di Caligari) è il ritratto di un ragazzo cresciuto ai margini della società e schiavo della sua condizione. Non contano i rimorsi e la volontà di aprire un bar per costruirsi una vita “normale”: Remo è figlio della borgata di “pasoliniana memoria”, delle sue regole, incapace di fuggire da quella realtà (altra prova a riguardo nel film è rappresentata dalla storia d’amore con Michela che Remo tenta di vivere con serenità lontano da casa, vicino al mare, salvo essere raggiunto sul posto e convinto dai compagni a partecipare a una nuova rapina).
Alcuni momenti del film costituiscono delle vere e proprie chicche: oltre alle (auto)citazioni da Amore tossico, ne L’odore della notte Caligari omaggia anche Taxi driver di Martin Scorsese in almeno un paio di scene, come quella in cui Mastandrea fa cadere il televisore con un piede esattamente come faceva De Niro. Nell’opera sono riconoscibili lo stile realistico del regista e la drammatica, consapevole sfiducia nel futuro (che i caratteri tentano debolmente di contrastare) sin dalle prime scene, elementi che costituiscono il marchio di fabbrica del modo di fare cinema di Caligari. Alla fine L’odore della notte è un buon film, da vedere anche solo per godersi la performance nei panni dello stralunato Remo di Mastrandrea, allora con una carriera sul grande schermo in piena ascesa.
