Ostia, anni Ottanta: un gruppo di ragazzi avanza sulla spiaggia. Così si apre Amore tossico di Claudio Caligari, recentemente scomparso e il cui film postumo, Non essere cattivo, rappresenterà l’Italia nella corsa per l’Oscar 2016 a miglior film straniero. Amore tossico, invece, è dell’83: centrale nella pellicola è il tema della dipendenza dall’eroina, droga che, a quel tempo, cominciava mortalmente a diffondersi tra i giovani in Europa.
La grande particolarità di Amore tossico, a differenza di tanti altri prodotti filmici sull’uso e abuso di sostanze stupefacenti, era nel cast, composto da veri tossicodipendenti o da persone che avevano comunque avuto in passato problemi legati alla droga. Soprattutto in questa scelta è da individuare la base neorealista del film, in essa, nel taglio documentaristico dato al lungometraggio (lo sceneggiatore è Guido Blumir, grandissimo esperto sul problema degli stupefacenti), in alcune scene (addirittura viene filmato l’intero processo di preparazione della dose da iniettarsi) e nel linguaggio, un dialetto schietto e a volte estremamente volgare. Amore tossico non racconta nulla di particolare a livello di trama, se non, appunto, la vita quotidiana di questo gruppetto di tossici della periferia romana, dei mille espedienti escogitati per rimediare le dosi (furti, prostituzione), del desiderio di liberarsi dalla droga una volta per tutte e dell’incapacità di riuscirci.
Le riprese non furono per nulla semplici, a causa delle condizioni fisiche e psicologiche degli attori. Il protagonista principale, Cesare Ferretti, riuscì a disintossicarsi dall’eroina, ma morì di AIDS nell’89, così come Patrizia, la pittrice del film, deceduta nel ’91. Sempre nel ’91 è morta anche Loredana Ferrara, che nel corso della pellicola venne addirittura sostituita nelle ultime scene. Ai superstiti non è andata molto meglio (Michela Mioni venne arrestata pochi mesi dopo l’uscita del film), mentre il realismo di Caligari pare continuare anche oltre la finzione, nel momento in cui le vere sorti dei caratteri sono le stesse che sono toccate a tanti altri tossici fuori dallo schermo.
«Vivere, vivere, vivere non è più vivere, lei ti ha plagiato, ti ha preso anche la dignità. Fingere, fingere, fingere non sai più fingere, senza di lei, senza di lei ti manca l’aria» cantano i ragazzi in macchina, mentre guardano in lontananza le “luci della ribalta” (in realtà, i fari delle altre auto che avanzano nella notte), anche se «come le ribalti è sempre uguale» . Un pezzo quello cantato da Alice nell’81 (il testo è dell’artista e di Franco Battiato) che sembra mettere in musica l’esistenza di molti giovani degli anni Ottanta – Alice, però, smentì che il brano fosse una riflessione sulla tossicodipendenza, anche se in molti lo lessero così: accompagnato da quelle parole, un momento di allegria si trasforma nel film in un drammatico ritratto di una generazione schiava e perduta, mentre quel giro in macchina diventa la metafora di un viaggio allucinato che troppo spesso può concludersi solo con la morte.
Claudio Caligari ci ha regalato un piccolo capolavoro, doloroso come un pugno nello stomaco, ma anche così dolcemente umano e struggente, che richiama Pasolini nei “ragazzi di strada” e nella scena dell’ultima dose di Michela, “sparata” sotto il monumento dedicato all’intellettuale italiano ad Ostia. Ma i “ragazzi” di Caligari sono diversi da quelli di Pasolini, sono “lupi degli altri uomini” in un modo ancor più violento e brutale, pronti ad azzuffarsi, forse anche ad uccidersi pur di procurarsi la loro droga. In mezzo a questa massa quasi informe si distingue Cesare, l’unico a desiderare (seppur debolmente) una vita diversa, arrivando addirittura a volersi dare la morte (non riuscirà nemmeno in questo), piuttosto che continuare con quella miseria. È ironico che, alla fine, il processo (auto)distruttivo coinvolga soprattutto lui.
