Lewis Milestone – All’ovest niente di nuovo

Il poeta antimilitarista britannico Wilfred Owen, in una delle sue più celebri poesie scritte durante gli anni della Prima guerra mondiale, accusava la frase latina, tratta dalle liriche di Orazio, “dulce et decorum est pro patria mori” (“è dolce e giusto morire per la patria”) di essere solo una “vecchia bugia”. La menzogna è in effetti l’amaro che resta in bocca ai soldati come Owen nella trincea: i sogni di gloria e le speranze di una guerra-lampo sono presto sostituiti dall’incubo dei gas e dei bombardamenti.

 

Gli orrori della Grande guerra sono stati oggetto di una serie di importanti film, ma buona parte delle opere dedicate al conflitto sembrano rifarsi ad un capolavoro in particolare, opera del regista Lewis Milestone, dal titolo All’ovest niente di nuovo. Il film, che vinse l’Oscar alla miglior regia, basa la propria sceneggiatura sul romanzo Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque, opera di stampo decisamente pacifista scritta da un soldato tedesco sopravvissuto alla Prima guerra mondiale. Milestone segue fedelmente il testo di Remarque, scegliendo quindi di indagare gli orrori della trincea secondo la prospettiva di un gruppo di giovani studenti tedeschi (la doomed youth della quale parla Owen in uno dei suoi componimenti), arruolatisi come volontari su spinta dei maestri di scuola. I versi oraziani sulla nobile “morte per la patria” sono infatti pronunciati proprio da un docente, personaggio che, arrivati alla fine del film, è caricato di una forte connotazione negativa: la sua figura serve infatti al fine di rappresentare l’iniquo sistema d’indottrinamento attuato dallo Stato tedesco su un’intera generazione di giovani, pronti ad essere successivamente utilizzati come pedine sul campo di battaglia, secondo il volere di cinici generali che spesso sembrano dimenticare che si tratta di uomini, non cifre.

 

 

Milestone riesce in definitiva a trasformare in immagini, allo stesso tempo, l’incubo e la menzogna descritti dalla lirica di Owen e dalla cronaca di Remarque, imprimendo gli orrori della guerra sui volti delle giovani reclute, iniziate alla crudele realtà bellica da un gruppo di soldati più anziani. A questo scopo, si rivela efficace a livello tecnico la scelta di utilizzare frequenti primi piani, aventi come oggetto i soldati stessi: con questa soluzione il regista ci spinge dentro l’animo di una gioventù violata, inizialmente entusiasta (fedele agli insegnamenti stupidamente moralistici dei maestri di scuola) quindi distrutta dall’inarrestabile macchina di morte. Un’efficace carrellata orizzontale, nella quale un soldato dotato di una delle micidiali novità della Grande guerra, il mitragliatore, miete decine di vittime in pochi secondi, ne costituisce la perfetta e brutale metafora visiva.

 

Il film è spesso ricordato come uno dei primi capolavori cinematografici apertamente antimilitaristi, assieme al film muto I quattro cavalieri dell’Apocalisse di Rex Ingram, uscito nel 1921; la sua rappresentazione della guerra come fenomeno incivile e tutt’altro che onorevole (che sia coinvolta o meno la patria) è restata un modello per il cinema di guerra a seguire, da Kubrick (che alla Grande guerra dedicò il suo Orizzonti di gloria) a Spielberg (che ha citato il film di Milestone come fonte d’ispirazione per alcune scene di Salvate il soldato Ryan).

 

 

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