Clint Eastwood – American sniper

C’era forse un altro regista capace di portare sullo schermo la storia di Chris Kyle oltre a Clint Eastwood? La risposta a questo quesito è semplicemente no. Almeno nella misura in cui l’autobiografia del “cecchino più letale della storia degli Stati Uniti” doveva essere trasposta al cinema, ossia rispettando e avvalorando la sua tesi di fondo: un uomo che ha ucciso più di 200 persone è un eroe. Punto. Eastwood non ha dubbi. Normale quindi che sia stato lui e non David O. Russel o Steven Spielberg (come era stato detto) a dirigere il film, un biopic che richiedeva l’adozione di un preciso punto di vista politico.

 

Tratto da “American sniper: The autobiography of the most lethal sniper in U.S. military history”, il film diretto dal regista del recente Jersey Boys, racconta la storia di Chris Kyle, un cowboy texano cresciuto a pane e Bibbia che in seguito ai ripetuti attacchi terroristici in patria, sceglie di arruolarsi nei Navy SEAL diventando il cecchino più letale della storia. Soprannominato “Leggenda”, Kyle si troverà così a combattere due battaglie: una in Iraq, dove i nemici metteranno una taglia sulla sua testa, e l’altra tra le mura domestiche, dove sarà difficile per lui tornare alla normalità.

 

 

Al netto di una sceneggiatura che privilegia una canonica storia d’amore a scapito della più profonda relazione con il fratello (cinematograficamente parlando) infarcendo il film di innumerevoli cliché tipici del war movie, e cancellando ogni tipo di ambiguità politica diventando necessariamente il racconto di una parte (il protagonista soffre la sua condizione ma è una sofferenza superficiale e il finale che poteva gettare nuova luce al discorso è sostanzialmente evitato in favore di una vera e propria ovazione conclusiva) American sniper rimane in ogni caso un vero e proprio manuale di regia cinematografica: ogni inquadratura, ogni movimento di macchina, ogni scelta narrativa e visiva sta li ad indicarci la precisa visione del regista riguardo alla storia.

 

E allora diventa chiaro come Eastwood sia l’unico regista in grado di adattare la storia del soldato, perchè ci vuole coraggio e uno sguardo lucido, preciso, essenziale ed insieme profondamente libero per adottare il punto di vista di Kyle. Eastwood immerge la sua lente nella parabola del soldato e adotta con tutto se stesso la sua morale consegnandoci così una pellicola asciutta, schietta, che non scende a compromessi e grida con forza il suo credo. Ed è in questo che il film diventa il più politicamente scorretto della recente filmografia dell’autore. Non perchè offende o manca di rispetto a determinate categorie di persone ma perchè in un tempo e in un mondo dominato dai facili proclami e dai moralismi di facciata, gridare con forza il proprio pensiero, anche se estremo e non condivisibile, è già di per sè un atto politico di grande rottura.