Steven Spielberg – War horse

Tra le tante tematiche che possiamo rintracciare nella filmografia di un regista come Steven Spielberg, due in particolare spiccano su tutte per la loro presenza quasi costante all’interno dei suoi film: l’infanzia e la guerra. Queste due realtà, apparentemente appartenenti a mondi antitetici, coesistono in alcuni grandi film del regista, tra i quali in particolare Schindler’s list (nella celebre figura dell’innominata bambina vestita di rosso) e L’impero del Sole; ma è con il film War horse che Spielberg realizza il perfetto connubio tra queste due costanti del suo cinema, trasponendo per il grande schermo il romanzo omonimo dello scrittore britannico Michael Morpurgo.

Protagonista del film è il baio Joey, cavallo acquistato dal fattore Narracott che, seppur colpito dalla bellezza dell’animale, ha bisogno di lui per lavorare la dura terra dei campi. Suo figlio Albert riesce ad addestrarlo a questo compito di fatica, per il quale l’atletico cavallo non è portato, ma in seguito ad un’alluvione il raccolto viene distrutto e la povera famiglia (contro il volere di Albert) è costretta a vendere il cavallo ad un soldato dell’esercito britannico, che fa dell’animale un vero cavallo da guerra: la storia narrata nel film, così come nel libro, avviene infatti nel cupo contesto della Grande guerra, alla quale presto sceglie di partecipare lo stesso Albert, privato del cavallo al quale era legato da un forte legame.

Con questo primo passaggio di proprietà inizia dunque il lungo viaggio di Joey, che lo porterà a cambiare vari proprietari lungo l’intera durata del film. Spielberg decide dunque presto di staccarsi dalla storia della famiglia di agricoltori per seguire nei suoi movimenti il cavallo Joey, vero fulcro attorno al quale ruota tutto il film: la cinepresa sembra non staccarsi mai dalla sua figura, rendendolo di fatto il primo testimone degli orrori della guerra. Lo suggerisce anche una significativa inquadratura, nella quale il regista sceglie di porre al centro l’occhio del cavallo mentre osserva il desolato scenario bellico racchiuso tra le palpebre: questa suggestiva immagine ci consente di immaginare l’animale stesso come una sorta di “cinepresa” in carne ed ossa, capace di immergere lo spettatore nell’orrore della prima guerra mondiale mostrandola da più punti di vista, quelli dei vari schieramenti (inglese, francese, tedesco) che man mano prendono possesso del cavallo.

Ma il regista non si dimentica certo del suo punto di partenza, ponendo il giusto accento al suo protagonista umano, Albert: nel ragazzo il dramma della guerra si somma alla perdita del cavallo, la sua più cara proprietà. Rispettando il proprio stile, Spielberg evita una rappresentazione eccessivamente cruda e realistica della guerra, pur mostrandone a pieno la sua tragicità: War horse è un film di stampo classico, tipicamente rientrante nei canoni hollywoodiani sia per le scelte di regia tecnica (prevalenti i campi lunghi e americani), che per il cast formato da alcuni volti noti del cinema blockbuster (Benedict Cumberbatch, Tom Hiddleston) e per le sue tematiche ed il modo con cui sono affrontate, filtrate cioè dalla tendenza tipicamente americana a creare miti. È così che il cavallo Joey viene innalzato a sorta di guardiano della Storia, un animale testimone della disumanità umana.

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