Lenny Abrahamson – Frank

C’è Daniel Johnston, affetto da schizofrenia e definito “il più grande outsider dell’ultima scuola di cantautori americani”. C’è Captain Beefheart, storico amico di Frank Zappa che fu tra i precursori e maggiori esponenti del rock sperimentale statunitense. Ma c’è soprattutto Chris Sievey, musicista e cabarettista che dal 1984 scelse di esibirsi con lo pseudonimo di Frank Sidebottom e di salire sul palco indossando una testa gigante. Sono questi i principali punti di riferimento, uniti alla sua esperienza autobiografica come tastierista proprio di Sidebottom, dai quali lo sceneggiatore Jon Ronson è partito per costruire il personaggio protagonista di Frank.

 

Al centro della vicenda troviamo infatti Jon (Domnhall Gleeson), aspirante cantante e compositore che per caso si trova a sostituire il tastierista di una band d’avanguardia dal nome impronunciabile, i Soronprfbs. Leader della band è Frank (Michael Fassbender), un geniale e carismatico musicista che non si toglie mai la sua enorme testa di cartapesta. Durante la registrazione del disco i due stringeranno un forte legame che porterà però entrambi a compiere scelte sbagliate che li allontaneranno dagli altri membri del gruppo e che metteranno in crisi l’intera band.

 

 

Tipico film da Sundance quello del regista irlandese Lenny Abrahamson che nonostante la solita distratta distribuzione italiana è riuscito a imporsi nel panorama indie trasformandosi, grazie soprattutto al passaparola e ad una confezione furbetta e ben congegnata, da oggetto misterioso a cult istantaneo. Una pellicola che alterna vari registri, dal tono scanzonato della prima parte, a quello più drammatico della seconda. Tutti passaggi che, al netto di qualche calo di tensione, servono al regista per mostrare la storia di questi individui un pò sopra le righe, ma allo stesso tempo profondamente soli e malinconici. Fondamentale in questo senso la scelta del cast, capeggiato ovviamente da Fassbender che nonostante l’uso esclusivo dei gesti e della voce, riesce a donare al personaggio una intensità eccezionale (evitate la versione doppiata, se potete).

 

È così che il film riesce ad elevarsi dalla sua naturale condizione di film “leggero” per diventare qualcosa di più, ovvero una semplice ma profondissima riflessione non solo della condizione dell’artista al giorno d’oggi ma anche della complicata gestione del vivere quotidiano.

Il valore del successo, i sogni, l’apparire, il carattere “social” della popolarità, lo svendersi, la depressione sono tutti temi che sottotraccia affronta questo piccolo grande film. Un film amaro, toccante, attualissimo, che al fondo, nascosto, contiene un messaggio universale che parla la stessa nostra lingua. Perchè c’è un Frank in ognuno di noi.

 

 

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