«Quando finisce un amore […] cerchi a tutti i costi una ragione, eppure non c’è mai una ragione» cantava Riccardo Cocciante. Dove abbiamo sbagliato, cosa potevamo fare di diverso: insomma, ci poniamo le classiche domande di rito e proviamo quell’atroce senso di fallimento che, però, non cambia la sostanza dei fatti. Ne I giorni dell’abbandono succede proprio questo: Olga viene lasciata dal marito, per un’altra donna. L’abbandono è solo l’inizio di un lungo calvario, che porta la protagonista ad estraniarsi dalla realtà, a rinchiudersi in un universo di sofferenza, fino alla svolta, rappresentata dall’incontro con un musicista che vive nel suo stesso palazzo.
Il soggetto del film di Roberto Faenza è da un romanzo di Elena Ferrante, misteriosa autrice (o autore) le cui opere approderanno presto anche sul piccolo schermo – la saga dell’Amica geniale, infatti, diventerà una serie tv. Il più grosso ostacolo che Olga incontra dopo la fine del suo matrimonio è proprio sé stessa: sicura nel suo ruolo di moglie e madre, la donna si ritrova improvvisamente spaesata, priva di quell’identità personale utile a ciascuno per voltare autonomamente pagina dopo una parentesi difficile. Ma, soprattutto, Olga si ritrova ferma, immobile, fissa in quel mondo perfetto che si era creata, incapace di comprendere che il tempo passa, le cose e le persone si possono trasformare, il cuore invecchia e ringiovanisce all’improvviso e che così è proprio la vita stessa, nell’amore come nell’amicizia o nel lavoro.
La pellicola non racconta nulla di nuovo, né in letteratura, né al cinema, né nell’esistenza di tutti i giorni: corpo e mente vanno in mille pezzi, la realtà si allontana sempre di più, non c’è uno spiraglio di luce, non c’è speranza. Eppure quello che poteva essere un film particolarmente sentito e toccante si trasforma in un semplice esercizio di cinema: un compitino da fare a casa, che Faenza esegue tecnicamente molto bene e senza sbavature, ma che manca di una vera forza emotiva, diventando addirittura a tratti uno spettacolo un po’ scontato e banale, quasi il regista fosse uno spettatore esterno che si limita ad osservare una situazione drammatica riportandola fedelmente, ma senza viverla e sentirla sulla sua pelle.
Niente da dire su Margherita Buy e Luca Zingaretti (e nemmeno su Goran Bregović, che alla pellicola presta il suo volto e la sua musica), il cui talento è innegabile. Per il resto, un film da bocciare? No, non completamente. Ritrovarsi faccia a faccia con situazioni fittizie, che però richiamano dolorosamente ciò che accade anche nella realtà, può essere benefico: perdere un amore è straziante, ma c’è di peggio, come perdere la dignità, la stima di sé, il gusto per la vita. Questo è decisamente più angosciante. E I giorni dell’abbandono, in fondo, può servire per ricordarcelo.
