Mark Lanegan Band – Phantom radio

Mark Lanegan dove lo metti non sta. Grunge, folk, country, stoner, blues ed ora anche new wave: la sua carriera è un unire i puntini di un’ispirazione variegata, complessa, figlia di quegli anni ’80 così contraddittori. Phantom radio arriva a distanza di due anni da Blues funeral, e come il predecessore è accreditato alla Mark Lanegan Band: nel mezzo, ci sono stati Black pudding, con il polistrumentista Duke Garwood, e la raccolta di cover Imitations, a dimostrazione di un periodo prolifico e improntato allo scambio, all’interazione con altri artisti. La facilità di scrittura e il desiderio di mettersi in gioco che si riscontrano in questi lavori animano anche Phantom radio, che fa forse ancora di più dell’eclettismo il suo tratto distintivo.

L’album è un po’ una summa del songwriting dell’ex Screaming Trees: dentro c’è un po’ di tutto, dalle atmosfere spettrali e scarnificate dei primi dischi solisti (I am the wolf, Judgement time) alle chitarre jangly stile Velvet Underground (Torn red heart) al country rock virato U2/Echo and the Bunnymen (Harvest home). Il filo unificatore sembra essere una vocazione new wave, sottolineata programmaticamente proprio in apertura da Harvest home. Una scelta precisa, spiegata dallo stesso songwriter nelle interviste: «È la musica che si faceva quando ho iniziato a fare musica», ha spiegato. «E anche se [con gli Screaming Trees] facevamo psichedelia Nuggets [dal nome di una celebre compilation degli anni ’70], in quel periodo ascoltavamo Echo and the Bunnymen, Rain Parade, Gun Club. Un sacco di post-punk inglese. Amavamo quella roba».

In effetti, nella stessa direzione va anche Floor of the ocean, che sceglie la vita del ballabile stile New Order. Il groove  metronomico, i sintetizzatori, ricamano ora acquosi ora drammatici, ma la voce e la linea melodica sono inconfondibili. Anche The killing season sfodera delle tastiere avvolgenti, ma il suo forte è un incedere trip-hop che fa capolino anche in altri momenti del disco: in Waltzing in blue, Seventh day (ottimo mix di chitarrine funky in wah wah e tastiere drammatiche) e in Death trip to Tulsa, condita da una bella “fuga” elettronica.

Alla fine, comunque, non è importante stabilire quale sia l’ingrediente preminente, per gustare Phantom radio: il senso ultimo dell’operazione è probabilmente il semplice abbandonarsi alle suggestioni spettrali, al “delirio” e al “sogno infantile” (che inevitabilmente “scompare”) che permeano l’album. Ecco, Phantom radio è inafferrabile, guarda in tante direzioni diverse ma riesce pure a non smarrirsi: ha dalla sua una scioltezza che non deve essere equivocata per superficialità e una varietà che non è carenza di personalità. Tranquilli, insomma: anche se abilmente mascherato, il “santo spettro” è ancora qui tra noi. 

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