Seth MacFarlane è bravo. Su questo non c’è dubbio. E poi si sa, la fortuna aiuta gli audaci. Era naturale quindi che questa combinazione di talento e buona sorte, in un carattere esplosivo come quello dell’animatore, produttore televisivo, sceneggiatore, doppiatore, regista, cantante e attore statunitense (così si legge su Wikipedia), lo avrebbe portato a diventare uno degli autori più influenti nel mondo dello spettacolo. Perchè se MacFarlane, da una parte, è uno di quelli che si è fatto da solo, senza risparmiarsi impieghi lavoratavi limitanti, dall’altra è vero che dal successo internazionale come creatore dei Griffin, ha via via scalato le vette di Hollywood fino ad avere l’opportunità di dirigere non uno, bensì due film (e un terzo è già in cantiere) che rappresentano, forse, un passo fin troppo grande per la sua gamba.
Un milione di modi per morire nel West è il frutto infatti del clamoroso successo di Ted e della fortunata (in termini di share ma non di polemiche) edizione 2013 della notte degli Oscar presentata da MacFarlane. Ma questa volta anche il pubblico, che fino ad ora aveva sempre supportato il Nostro pur nelle sue dissacranti e a volte eccessive prese in giro, gli ha voltato le spalle. Il secondo lungometraggio da regista del papà di American Dad, ha infatti non solo infastidito la critica d’oltreoceano ma anche deluso le aspettative degli esercenti statunitensi.

A niente sono serviti l’ambientazione insolita e l’utilizzo di un grande cast di attori, perchè rispetto a Ted, che seppur nella sua incongruenza riusciva con un estremo politically incorrect a risultarci simpatico, qui quello che manca è proprio l’originalità, l’irriverenza, la sfacciataggine, ai quali ci aveva abituati MacFarlane. La trama è riassumibile in poche parole: nel vecchio West un pastore viene lasciato dalla fidanzata perchè giudicato senza coraggio, ma un giorno arriva in città una bella donzella che gli insegnerà a credere in se stesso e a riscattarsi.
Una trama banale dagli sviluppi prevedibili per un film che cerca in tutti i modi di fondarsi su quelle tre o quattro battute riuscite per poi scadere nella comicità più volgare e fine a se stessa. Un film molto meno dissacrante delle sue produzioni precedenti e quindi molto meno propenso a quegli slanci senza senso che ne hanno fatto il marchio di fabbrica della sua “poetica” e che rappresentano sicuramente la parte più creativa del suo lavoro. MacFarlane riesce così a sprecare il talento di attori del calibro di Charlize Theron, Amanda Seyfried, Liam Neeson, Neil Patrick Harris, Giovanni Ribisi, Sarah Silverman, e camei eccellenti (tra cui uno da pelle d’oca), in un film che punta al nonsense delle sue animazioni ma che finisce per essere solo una esibizione del fastidioso egocentrismo di un autore che non si è arreso al fatto che il cinema non può essere il suo campo da gioco.
