Robert Plant – Lullaby and… the ceaseless roar

Ammettiamolo: al momento dello scioglimento dei Led Zeppelin, sembrava facile pronosticare che sarebbe stato Jimmy Page a fare i dischi solisti migliori. Al limite John Paul Jones. E invece, col senno di poi neppure troppo a sorpresa viste le indubbie capacità, ci ha pensato Robert Plant a regalare ai fan orfani del “Dirigibile” i lavori più interessanti, capaci di dargli anche qualche soddisfazione in classifica. Questo Lullaby and… the ceaseless roar, per esempio, dimostra appieno di che pasta è fatto il Plant solista, il quale, in spregio ai suoi 66 anni, prende il folk e la psichedelia più ancestrali, per non parlare del blues, e li mescola con ritmi africani e sonorità elettroniche. 

La tessitura è intrigante, equilibrata nella ricerca della visceralità e della spontaneità da jam session e, al tempo stesso, della rifinitura più tecnologica (del resto, il titolo è “Ninna nanna… e l’urlo incessante”). È la chiusura di un cerchio per Plant, che, dopo gli Zeppelin, ha svariato dal synth pop degli anni ’80 al folk e al bluegrass dei Duemila (vedi l’album con Alison Krauss). E l’opener di Lullaby and… the ceaseless roarLittle Maggie, parte proprio da lì, da un traditional degli Appalachi (il banjo, il violino) riarrangiato sotto le insegne di un groove afrospaziale. Anche Rainbow, il primo singolo ufficiale dall’album, è una bella dimostrazione di ambizione e coesione, grazie ad una melodia decisamente evocativa, propulsa da un pattern tribale e fasciata dai synth.

Volumi bassi e un pathos misurato anche nella splendida elegia pianistica di A stolen kiss, che distilla poesia con versi semplici come “Here in the heat of a stolen kiss / I make my home”. La malinconia la fa da padrona anche in Embrace another fall, ma le coordinate sono diverse, grazie ad un impianto ritmico stratificato, alle tastiere “orchestrali” e, soprattutto, all’esplosione della chitarra di Justin Adams della backing band Sensational Space Shifters, che inevitabilmente rimanda agli Zeppelin. Nel crescendo impetuoso c’è spazio anche per un assaggio del traditional gallese Marwnad yr Ehedydd, intonato da Julie Murphy. Anche Turn it up chiama in causa il lavoro di Plant con Page, e non solo per l’incedere e il sound sporco della sei corde: il verso “the road remains the same” rimanda direttamente a “the song remains the same”, storico album live degli Zep.

Somebody there è forse il brano più lineare della raccolta, una bella ballata elettrica. House of love riaccende la vocazione sperimentale dell’album, con un altro colpo da maestro a base di chitarra “frippiana” e accenni ai Velvet Underground più “jangly”. Non manca un intermezzo orientaleggiante, a ricordarci come Lullaby and… the ceaseless road, perfetto retaggio hippie, ami stendere ponti tra culture lontane e solo apparentemente inconciliabili. Il finale è in crescendo con Up on the hollow hill e Arbaden, la prima più dilatata, con un beat groovy e ipnotico e una chitarra riverberata ma incisiva, e la seconda ugualmente visionaria ma più tempestosa.

Lullaby and… the ceaseless roar è probabilmente il disco migliore di Robert Plant, che ci consegna un vocalist e un musicista in splendida forma. Sfido che dei Led Zeppelin non ne voglia più sentire parlare: il futuro, per Plant, non vale una reunion. 

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