«Qualsiasi cosa facciamo io e Jess, indipendentemente dal successo raggiunto, c’è sempre qualcuno che ci chieda dei Death From Above». Sebastian Grainger, nel presentare qualche mese fa il ritorno in scena della band di cui è titolare assieme a Jesse F. Keeler, raccontava un sentimento quasi paradossale: la frustrazione di non essere stati dimenticati dai fan. La frustrazione, in effetti, nasceva, per stessa ammissione di Sebastian, dal loro essere “pigri”. Perciò immaginate quanta pressione debbano aver sentito i due canadesi per rimettersi in moto. «Abbiamo fatto un nuovo disco dei Death From Above», aggiungeva Grainger, «e se la stampa dovesse scrivere “non era quello che ci aspettavamo”, o in qualunque modo dovesse reagire, be’ è quello che avete fottuamente chiesto». E dunque, non rompeteci (è il sottinteso).

The physical world, si chiama il nuovo album, ed è appena il secondo per i Death, che si sciolsero nel 2006, due anni dopo il ringhiante esordio di You’re a woman, I’m a machine. In studio con Grainger e Keeler, il produttore di Red Hot Chili Peppers, LCD Soundsystem e Oasis, Dave Sardy, probabilmente non estraneo all’introduzione di qualche piccolo elemento di novità nel mix di garage, disco e punk alla base della scrittura del duo. In The physical world, l’insieme suona più stoner, e forse più prevedibile, ma non si può negare che l’impatto delle tracce sia rimasto notevole. Cheap talk, ad esempio, dà il benvenuto con una batteria scattante, un riffone truce di chitarra e una tastierina nevrotica: un modo come un altro per farti sentire a casa.
Quella dei Death From Above 1979 è musica dall’impatto notevolmente fisico: il che è un paradosso per un disco che invece sembra raccontare la progressiva perdita di contatto con il mondo, e che si traduce in una sorta di requiem per l’innocenza perduta. «If we brought Kurt [Cobain] back to life / there’s no way he would survive», canta Grainger in Always on (sostituendo anche “God” a “Kurt”), e questo dà la misura dell’alienazione di cui parla The physical world. In Virgins, che sembra un po’ una versione dopata dei White Stripes, Sebastian si chiede «where have all the virgins gone?», sostiene che per lui non ci sia più nulla di sacro e implora «don’t ever change».
La musica, che copre lo spettro che va dai Black Keys (i coretti di Trainwreck 1979) al metal (The physycal world, addirittura malmsteeniana), passando per Springsteen e i Sonic Youth, frullati assieme nel racconto di White is red, tratteggia paesaggi cupi di frustrazione più che di rivolta. The physical world suona attuale come la maggior parte delle produzioni odierne – in un modo cioè nostalgico. Ma in un mondo nel quale il futuro viene individuato sempre più nel passato e una band pur interessante diventa un culto forse per il solo fatto di essersi sciolta (dopo un album), pretendere anche la novità è un lusso inconcepibile. Perciò tranquillo, Sebastian: “Era quello che ci aspettavamo”, né più né meno. Purtroppo.
