Le polemiche con la casa reale, gli “anni del rifiuto”, le causa contro Gordon Ramsay, il tour annullato, gli “schiaffi” ai fan che rivogliono gli Smiths, l’autobiografia che diventa subito un classico, il tour annullato (un altro), le randellate per interposta persona a Tony Visconti, la caccia e il principe William, gli Smiths alla ricerca di un editore. E ancora, Oscar Wilde, Casanova, la poesia, l’amore, i beat, la mistantropia. Morrissey è tutto questo e molto altro ancora, un concentrato di stereotipi esplosivi, un borderline – nel senso di uno che si muove sempre lungo il crinale sottilissimo che separa la lagna autoindulgente dall’imperativo dannunziano di trasformare se stessi in (grande) poesia. Uno che, dopo una carriera trentennale come pochi possono vantarla (gli Smiths sono i papà, occulti e non, di una miriade di strimpellatori indie dai Novanta ad oggi) ancora corre il rischio di trovarsi senza un contratto.
C’è voluto un altro glorioso relitto del passato, quella Harvest che secoli fa ha dato una “casa” a gente come Neil Young, Syd Barrett, Kate Bush, per riavere Morrissey tra noi. Registrato in Francia – l’amata Francia: ricordate I’m throwing my arms (around Paris)? – con un pugno di fedelissimi, World peace is none of you business è il decimo disco di una carriera solista comunque da incorniciare. “Comunque” perché senza una spalla come Johnny Marr sarebbe difficile per tutti. “Comunque” perché anche stavolta Boz Boorer e il resto della truppa (Jesse Tobias, Solomon Walker, Matt Walker, Gustavo Manzur, più il produttore Joe Chicchiarelli) hanno fatto il loro e hanno assecondato i tic del bandleader, ma con una veste un pizzico più variegata che in passato. World peace is non of your business è un disco che vanta degli arrangiamenti decisamente vari, che mescolano chitarre taglienti e orchestrazioni (I’m not a man), umori flamenco/latin (Earth is the loneliest planet), fiati (Kiss me a lot, Staircase at the university), organi e synth spettrali (Kick the bride down the isle), accompagnamenti acustici e code bowiane (Smile with knife, il cui finale strizza un occhio a The man who sold the world) e persino sax e clarino (Oboe concerto).
Non è un disco facile, World peace is none of you business, nel senso che proprio la cura negli arrangiamenti rischia di soffocare un po’ le melodie. Tuttavia, ad un ascolto attento, quella che sembra sulle prime ipertrofia si trasforma in ricchezza di sfaccettature, che rende l’album avvincente e imprevedibile. Poi ci sono i testi, che indulgono ai temi preferiti di Morrissey: suicidio (Staircase at the university), sarcasmo sull’ordine costituito (World peace is none of you business), autobiografismo ambientalista e dongiovannesimo (I’m not a man), amore disperato (Kiss me a lot). Tutto il repertorio, insomma, con quella chiusura con Oboe concerto che sembra fatta apposta per richiamare alla memoria Death of a disco dancer degli Smiths, in un eterno flirt con un passato amato-odiato.
Insomma, World peace is none of your business è puro Morrissey: e questo, di per sé, basta già a definire il motivo per cui vi piacerà o non vi piacerà. Per i detrattori, ci sono tutti i difetti: autoindulgenza, kitsch, crooning lamentoso. Per tutti gli altri, un pozzo di romantica decadenza mista a witticism di vecchia scuola. Da amare o odiare, insomma.
