Il “found footage”, il documentario ritrovato, è un espediente vecchio come il cucco. Ha antenati illustri nel manoscritto ritrovato di manzoniana memoria, ed ha un duplice compito: oggettivizzare e soggettivizzare al tempo stesso. Il documento, infatti, mira a proporsi come l’attestato fedele di una cosa che è accaduta realmente; al tempo stesso, però, è un racconto fatto necessariamente da un punto di vista con il quale ci si può identificare.
Negli ultimi anni, parallelamente all’esplosione dei social network e, in generale, ad un mondo sempre più virtualizzato e dunque virtuale, in cui conta sempre più l’ego del racconto in prima persona e, per questo, la verità cronachistica è distorta da mille voci, il “found footage” è assurto a nuova vita, dopo gli esperimenti di serie B di Ruggero Deodato negli anni ’80 (Cannibal holocaust). Merito di The Blair witch project, che ad inizio 2000 aveva terrorizzato gli appassionati di genere con un’idea (di marketing, soprattutto) decisamente furba. I successivi Rec, Cloverfield, The bay ci hanno condotto fino a questo Le origini del male, l’ennesima variazione sul genere non priva di qualche motivo di interesse.

Siamo negli anni ’70, ad Oxford. Il professor Joseph Coupland sta conducendo un esperimento su una giovane ragazza, Jane, convinta di essere posseduta da una oscura presenza, tale Evey. Coupland affronta la questione da un punto di vista scientifico (del resto, la ragazza ha manie suicide e una diagnosi di schizofrenia nel curriculum). Con l’aiuto di un gruppo di studenti – tra cui Brian, che con la sua telecamera dovrà riprendere tutto -, Coupland cerca di “estrarre” dalla ragazza la sua energia telecinetica (la manifestazione di un trauma rimosso) in modo da guarirla. Senonché i baroni dell’università giudicano troppo poco ortodossi i metodi del professore e gli tagliano i fondi: Coupland e i suoi assistenti portano allora la ragazza in una vecchia dimora per proseguire con l’esperimento.
Ovviamente, già dal racconto della trama emergono, implicitamente, le ambizioni metacinematografiche della pellicola, diretta da John Pogue (sceneggiatore, autore di The skulls). Il meccanismo del “found footage” (dei giovani non se ne sa più nulla per quarant’anni fino a che non ricompare il video…) è l’incarnazione dello spirito scientifico di Coupland, ma anche un espediente per riflettere sul classico tema secondo cui il cinema è un atto supremo di voyeurismo. Vengono in mente allora Hitchcock e L’occhio che uccide, un classico del genere, di Michael Powell. I riferimenti, però, sono anche altri, per esempio il cinema della Hammer, la storica casa produttrice britannica, grazie alla quale Le origini del male è arrivato nelle sale di tutto il mondo e la cui atmosfera permea efficacemente tutta la pellicola.
Il successo di pubblico è maggiore del successo artistico, va detto, ma Le origini del male rimane comunque un intrattenimento piacevole, spaventoso, con qualche intuizione interessante (il personaggio di Coupland su tutti, interpretato da Jared Harris), a dimostrazione che non tutto il “found footage” viene per nuocere.
