Clint Eastwood – Jersey boys

Su Clint Eastwood e il suo rapporto con la musica se ne potrebbe scrivere, e parecchio. Tuttavia, ad una carriera che ha raccontato il bebop (Bird, sul genio di Charlie Parker), il country (Honkytonk man) e il blues (Piano blues, nella fortunata serie che Scorsese ha dedicato al genere), ovvero le radici, mancava l’epoca d’oro del pop, gli anni ‘60. Jersey boys colma la lacuna, adattando per il cinema la storia dei Four Seasons, il gruppo vocale capitanato da Frankie Valli.

Alla base c’è l’omonimo musical di Marshall Brickman e Rick Elice, che va in scena a Broadway da ben otto anni, e una sceneggiatura di Elice e John Logan. Un meccanismo potenzialmente rodato, che tuttavia rappresentava per l’ottantaquattrenne regista americano l’ennesima sfida di una carriera strepitosa. Vinta a metà, va detto: Jersey boys conserva il gusto classico e anticlassico al tempo stesso del cinema di Eastwood, ma possiede decisamente meno verve di certi capolavori dell’ultimo decennio (Mystic river, Million dollar baby, Gran Torino). Anche perché nel raccontare le peripezie di Frankie Valli, Tommy De Vito, Bob Gaudio e Nick Massi, dall’infanzia a Belleville, NJ, ai piani alti del Brill Building (edificio di New York in cui avevano sede gli uffici di molte case discografiche), il regista sceglie un tono più leggero che in passato. Quasi volesse abbandonarsi alla delicatezza del pop imbrillantinato dei Four Seasons e al gusto del racconto.

Potenzialmente la materia era da Scorsese (l’America degli anni ’50, i ragazzotti italoamericani, la mafia), ma Eastwood la sviluppa a modo suo. Sarà che dopo film testamentari come Gran Torino e Hereafter e il poderoso e complesso affresco storico di J. Edgar, Clint sentiva il bisogno di rifiatare. Ovviamente, Jersey boys è tutt’altro che sciocco, e contiene delle sperimentazioni drammaturgiche interessanti (i personaggi che, sguardo in macchina, si rivolgono direttamente allo spettatore). Per non parlare del fatto che, qua e là, tra le pieghe di una fotografia vintage e il tono delicatamente nostalgico, salgono a galla delle sottili inquietudini – vedi la morte della figlia di Valli, Francine, per overdose, a cui Eastwood dedica uno spazio minimo, come se stavolta avesse scelto di tenere a bada l’ossessione del suo ultimo cinema, la morte.

Jersey boys è dunque quello che si dice un film minore, ma solo perché gli altri che l’hanno preceduto erano capolavori. L’avesse diretto qualche altro, avremmo gridato al miracolo. Eastwood in forma, ed ottime anche le performance degli attori, con John Lloyd Young, Erich Bergen e Michael Lomenda presi direttamente da Broadway, e un altro leone di Hollywood, Christopher Walken, perfetto nei panni del boss Gyp De Carlo.

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