Pupi Avati – La casa dalle finestre che ridono

Se si dovesse definire un genere cinematografico come quello dell’horror padano, sicuramente si dovrebbe citare questa piccola perla del cinema di genere italiano, La casa dalle finestre che ridono del 1976. Il film testimonia una decisa tensione del regista Pupi Avati verso il genere dell’orrore e, nello specifico, di quel genere slasher che già aveva in Italia un grande maestro nella figura di Mario Bava, seguito poi da Dario Argento.

 

La trama è piuttosto originale e sembra osare un approccio diverso rispetto i canoni tradizionali del genere. L’elemento sicuramente più innovativo è l’ambientazione: una cittadina di provincia collocata nel cuore del settentrione padano, un mondo fatto di personaggi ambigui, capaci di rivestire la narrazione con toni inquietanti e talvolta grotteschi. Colui che incontra da figura esterna questi individui (condividendo il senso di straniamento con lo spettatore) è Stefano, giovane restauratore chiamato dalla città per sistemare un affresco rovinato di una chiesa di campagna: rappresenta un martirio di San Sebastiano, eccezionalmente sanguinolento ed espressivo. L’opera porta la firma di un pittore del luogo, Buono Legnani, soprannominato “artista delle agonie” a causa di questo suo crudo stile naif e per l’abitudine di dipingere presso il letto di morte della gente.

 

 

Stefano riceve alcune telefonate che gli intimano di non toccare il dipinto: turbato da questi avvertimenti il giovane cerca di informarsi meglio sulla storia del folle pittore, morto da tempo ma ancora oggetto di discussione tra alcuni personaggi del paese, come Coppola il tassista e un amico di Stefano, Antonio, i quali sembrano sapere cose che altri cercano di celare. Una strana casa rurale con le finestre dipinte a forma di bocca, vecchia dimora del pittore Legnani, sembra conservare alcuni macabri segreti.

 

Il film inizia con un ritmo lento ma inquietante, mostrandoci una scena tra le più raccapriccianti del filone horror italiano: si mostra l’assassinio di un giovane uomo, pugnalato a morte e legato proprio come un San Sebastiano. La pellicola vive di momenti caratterizzati da simile intensità, intrecciati con scene dal tono ambiguo (alcuni personaggi nascondono una doppia identità) nelle quali protagonista è la paura e la confusione di Stefano, improvvisatosi investigatore ma apparentemente ostacolato dagli abitanti. Punto invece debole del film è forse la recitazione, non di livello particolarmente alto eppure, forse proprio per questo, efficace nell’alimentare la confusione dello spettatore.

 

La casa dalle finestre che ridono è un vero cult all’interno della scena horror italiana (e non solo). L’idea di Avati di inserire le inquietudini del genere nella grigia e misteriosa atmosfera padana si rivelerà fortunata: adotteranno questa ambientazione anche i successivi film Zeder e L’arcano incantatore.

 

 

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