The Antlers – Familiars

Peter Silberman è l’unico erede possibile di Paul Buchanan e del pop elegante, notturno e sofferto dei Blue Nile. Gli ingredienti sono quelli: jazz, soul, elettronica ambientale, melodie cinematiche. Ovviamente, tante sono anche le differenze: gli Antlers sono meno minimali, il loro sound ha (potenzialmente) più asperità. Soprattutto, il tasso di inquietudine dei testi sembra maggiore: Silberman, quando scrive, si scava dentro, si tormenta. Anche in Familiars parla di specchi, doppi, invasori, stanze d’albergo che sono stanze della coscienza, di una vita che è «una corsa fatale per tutti i partecipanti».

Del resto, da uno che, nel suo primo disco, ha raccontato la fine di una storia d’amore mettendo in scena il rapporto tra un infermiere e una malata terminale (Hospice), cosa potevamo aspettarci? Familiars è un disco che parla di cambiamenti, della difficoltà di riconoscersi: è un dialogo tra diverse parti del sé, ed oscilla dal pessimismo alla speranza, e nel mezzo frustrazione, rimpianto, claustrofobia. Il tutto attraverso partiture elaborate, fatte di preziosi intarsi strumentali tra chitarre, piano e fiati (PalaceParade), in cui il jazz più notturno si scioglie in un abbraccio che rimane comunque emotivamente teso (Doppelganger), in cui il soul e una chitarra funkeggiante flirtano con sintetizzatori ronzanti e aciduli (Director).

Silberman condivide con Buchanan la stessa capacità empatica, l’abilità di infiocchettare il dolore in brani che vivono di melodie “tradizionali” e sperimentazioni più ardite, anche se spesso subdole (la chitarra spossante di Parade, Surrender). Gli Antlers, però, nel corso della loro carriera sono diventati sempre meno canzonettari, e Familiars lo dimostra. Tuttavia, l’appeal è rimasto intatto. Lo strazio a tempo di valzer di Revisited, fatto di tenere incursioni di tromba, delicati ricami di piano e un’interpretazione vibrante, si dispiega per quasi otto minuti, condito da un assolo di chitarra elettrica che neanche negli anni ’70. L’ r&b di Refuge è un’altra delizia che si snoda lenta, alla ricerca del calore di una luce familiare che la voce di Silberman provvede ad offrire.

Familiars è un microcosmo di note e parole pesate, cesellate con cura, eppure “leggere”, evocative. Silberman vaga alla ricerca di se stesso, cerca un “centro di gravità permamente”, è scosso dal dolore e dallo smarrimento che il cambiamento comporta, ma riesce a riportare tutto ad un senso di unità e bellezza con una manciata di canzoni semplicemente meravigliose.

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