Coldplay – Ghost stories

«Call it magic», canta il buon Chris Martin nel brano omonimo, ma la verità è che in Ghost stories di magia ce n’è pochina. Diciamoci la verità, sparare sui Coldplay ultimamente è uno sport un pelo più difficile solo del tiro agli U2. Vi si dedicano anche quelli che di solito ad un artista chiede di cambiare sempre, di non fossilizzarsi sulla ripetizione ad libitum di fortunati cliché. Martin e i Coldplay hanno cambiato tanto, negli ultimi anni, ma la sperimentazione di sonorità più “bombastiche”, elettroniche, dance e r&b di Viva la vida e Mylo xyloto ha avuto come unico effetto quello di far rimpiangere le ballate elettico-acustiche di Parachutes e A rush of blood to the head.

Qualcosa del genere è accaduto anche con i Radiohead, ma in misura molto minore: Thom Yorke è ormai intoccabile, anche se molti ammiratori di Kid A/Amnesiac darebbero via volentieri un dito per riascoltare di nuovo una schitarrata tipo quella di Creep. Il punto è che, nel caso dei Coldplay, la ricerca sul sound (comunque non così dirompente come quella dei colleghi di Oxford) non ha avuto un adeguato contraltare sul piano della scrittura. Prendiamo proprio Ghost stories. Uno può anche apprezzare il fatto che Martin sia passato dall’ammirazione per U2 e Echo and the Bunnymen a quella per Bon Iver (e forse James Blake), come testimonia Midnight, perché denota curiosità intellettuale, voglia di aggiornarsi. Ma non basta una scansione metronomica, un velo di synth, qualche pulsazione di basso e la voce manipolata a fare una (grande) canzone.

Ghost stories è tutto così: elettronico, minimalista. Ma più che malinconico, o notturno, finisce col suonare semplicemente grigio, spento. Always in my head e A sky full of stars hanno forse qualche guizzo in più (le chitarre, un pattern ritmico un attimo brioso, delle melodie intriganti), ma niente che sia davvero memorabile. Mano a mano che si procede nell’ascolto dell’album, l’aria spettrale che si respira prende il sopravvento su tutto il resto e si trasforma in un torpore spiacevole. Soprattutto quando si incappa in True love, che il Chris Martin di qualche tempo fa avrebbe trasformato in un capolavoro e che ora, invece, rimane poco più di un’occasione sprecata. L’r&b di All your friends, i soffici ricami pianistici di O e la più veemente Ghost story sono accomunate tutte dallo stesso male: è come se tra la musica e l’ascoltatore ci fosse una qualche parete di vetro che ne ottunde cuore e armonie. Ghost stories è un disco che non arriva, si mantiene troppo timido. Chissà, forse per la prima volta Martin ha davvero avuto paura e all’ultimo – visto che questa settimana parleremo tanto di calcio, la metafora ci sta – ha tirato indietro la gamba. Doveva andare fino in fondo, come i grandi sanno fare. Ecco, forse è per questo che Thom Yorke per tutti è Dio…

SOSTIENI LA BOTTEGA

La Bottega di Hamlin è un magazine online libero e la cui fruizione è completamente gratuita. Tuttavia se vuoi dimostrare il tuo apprezzamento, incoraggiare la redazione e aiutarla con i costi di gestione (spese per l'hosting e lo sviluppo del sito, acquisto dei libri da recensire ecc.), puoi fare una donazione, anche micro. Grazie