Wes Anderson – Grand Budapest Hotel

Chissà se, come Fellini, aveva sempre sognato di diventare un aggettivo. Fatto sta che alla fine Wes Anderson lo è diventato. Poche volte un regista è riuscito infatti a connotare in maniera così riconoscibile la sua opera al punto da ritrovare il suo tocco in tutti i suoi film. Un tocco che negli anni si è sempre più affinato e che omaggia, in questo Grand Budapest Hotel, quello del grande maestro Ernst Lubitsch e tutta la tradizione dei registi europei che durante il nazismo furono costretti a emigrare negli Usa. Ed infatti è proprio l’Europa a costituire la cornice entro la quale si svolgono le avventure del concierge Gustave H. (un memorabile Ralph Fiennes), e di Zero Moustafa, il suo “lobby boy” (interpretato da Tony Revolori e da F. Murray Abraham).

Ispirato alle memorie di Stefan Zweig e costruito a scatole cinesi, il film di Anderson scoperchia diversi archi temporali sanciti di volta in volta con un netto cambio di formato della ripresa (dal 16:9 “moderno” dell’inizio, al 4:3 “anni ’40” dei flashback). La storia principale è ambientata infatti nel 1932, anno in cui il fattorino Zero entra a lavorare nell’hotel e si ritrova invischiato in una fuga rocambolesca causata dagli ereditieri di una vecchia signora decisi a prendersi tutto il malloppo. Il 1968 invece è l’anno in cui Zero, diventato proprietario dell’albergo, narra quelle avventure ad uno scrittore (Jude Law da giovane e Tom Wilkinson da vecchio), che successivamente le metterà per iscritto nel 1985. Una ragazza, infine, legge oggi quel libro dal quale ha inizio tutta la storia.

Niente paura. Le caratteristiche del cinema di Wes Anderson ci sono tutte. Ci sono le carrellate, le simmetrie, l’umorismo “british”, la consueta cura maniacale per i dettagli, il gusto per le scenografie e i costumi, la solita di schiera di eccezionali caratteristi (Bill Murray, Adrien Brody, Willem Dafoe, Mathieu Amalric, Saoirse Ronan, Jeff Goldblum, Tilda Swinton, Harvey Keitel). Eppure ogni volta riesce a sorprendere perchè portatore di una visione cinematografica così originale e fresca da costituire un unicum nel panorama del cinema americano odierno.

Il film di Anderson è un libro che vorresti non finisse mai. Avrà pure la stessa copertina, lo stesso spazio tra le righe, lo stesso numero di pagine, gli stessi personaggi, ma non puoi fare a meno di amarlo. Anche se sai già cosa ti aspetta. Anche se si tratta solo dell’ennesima variazione sul tema. Perchè in fondo Anderson imperterrito “sostiene l’illusione con estrema grazia” anche se sa benissimo che “quel mondo è finito da un pezzo”. Perchè il cinema di Anderson è come lo sfilacciato e usurato pigiama che però indossiamo sempre volentieri. Perchè tutto è costruito, ma allo stesso tempo è tutto dannatamente vero.

È un film di Wes Anderson insomma. Un aggettivo che basta da sè.

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