Lars von Trier – Nymphomaniac – Volume 1

Lasciamo da parte tutto il can can mediatico, le conferenze stampa, le magliette “made in Italy”, i sacchetti in testa, le battute naziste: quello fa parte dell’inevitabile corollario che accompagna anche le uscite di un autore come Lars von Trier. Il suo Nymphomaniac, controverso già mesi prima dell’arrivo in sala grazie agli annunci sulla presenza di scene di sesso “vere”, è tutto meno che un film porno, sensazionalistico o morboso. Anzi. I dettagli anatomici e il linguaggio esplicito non mancano, ma fondamentalmente si tratta di un film molto parlato, e che anzi deve il suo fascino proprio alla capacità affabulatoria di una sceneggiatura che mira a scandagliare quel grande mistero che è, per von Trier, la donna.

Dici donna, con von Trier, e dici “misoginia”, almeno per i più. In realtà, anche qui l’equivoco è grosso. Von Trier magari le donne le odia pure, ma nei suoi film spesso i personaggi femminili sono proiezioni del suo ego, delle sue ossessioni: gli servono per mettere in scena se stesso, per auto-analizzarsi in maniera impietosa. Joe, la protagonista del film, è una ninfomane che, raccolta una sera, ferita, in un vicolo buio dal casto e allucinato Selingman, confessa all’uomo (e allo spettatore) la sua dipendenza dal sesso. La donna, interpretata dalla musa di von Trier, Charlotte Gainsbourg (nella sua versione giovane da Stacy Martin), suddivide il racconto in capitoli: parte dall’infanzia, dai primi esperimenti in solitaria o con un’amica, passa all’adolescenza e da lì, via via, fino all’età adulta, non risparmiando nessun dettaglio, nessuna esperienza (dall’abbordaggio seriale sui treni all’amore per J.).

Emerge il ritratto di una donna sola, incapace di provare piacere malgrado gli orgasmi ripetuti e le penetrazioni, contati con piglio da ragioniere. Colpa di una madre fredda e distaccata, di una vita familiare infelice lenita solo in parte dalle amorevoli cure di un padre che si spegne dopo una dolorosa malattia (che von Trier mostra, pudicamente, in bianco e nero)? Non si sa, al regista non interessa. Gli interessa non il perché ma il come. Joe racconta, e Selingman (il sempre grande Stellan Skarsgaard, altra vecchia conoscenza di von Trier) la interroga, chiede, “succhia” avidamente quelle parole che descrivono sensazioni che, da vergine, non ha mai provato. Von Trier è entrambi, al tempo stesso analista e paziente, moderatore e parte in causa.

Il danese mescola il racconto – al suo solito distaccato, algido, ma non privo di ironia – delle esperienze sessuali estreme della protagonista con riferimenti filosofici, letterari, religiosi, con metafore naturalistiche e musicali, a ribadire come il corpo della donna custodisca un segreto che la razionalità sola non può in nessun modo penetrare. Una forza spaventosa, onnivora, annichilente, distruttrice, da invidiare e temere. Nymphomaniac è una dichiarazione d’impotenza del maschio e del cinema di fronte al mistero quasi esoterico del desiderio e del piacere femminili.

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