Scott Waugh – Need for speed

Due righe di trama di Need for speed, ad inizio recensione, sono un puro pro forma. Non avrebbe senso, altrimenti, ricordare la storia. Non tanto perché si suppone che la saga di videogame da cui è tratto il film di Scott Waugh la conoscano ormai tutti (il primo gioco è del 1994), ma piuttosto perché la sceneggiatura di George e John Gatins è un’accozzaglia di stereotipi del genere, roba già vista dai tempi di Punto zero (1971).

Tobey (Aaron Paul, star di Breaking bad) è un meccanico e pilota di corse clandestine che un rivale geloso del suo talento, Dino (Dominic Cooper), incastra per un crimine che non ha commesso. Uscito di prigione, Tobey vuole vendetta, e dato che non siamo in una pellicola di cappa e spada o in un western, cercherà di ottenerla nell’unico modo ammissibile in un film che si chiama Need for speed: con una grande corsa automobilistica. Tobey schiaccia sull’acceleratore, macina chilometri a folle velocità, ma più che per la vendetta, la corsa è contro se stesso, alla ricerca di una personale redenzione.

(Aaron Paul)

I luoghi comuni ci sono tutti, insomma: la trama, perciò, non conta. L’interesse è semmai per quello che avviene davanti alla macchina da presa. Waugh, che viene da una famiglia di stuntman ed ha un passato da figlio d’arte, dosa l’azione in maniera intelligente, va detto: non esagera, cerca l’effetto verità (malgrado qualche licenza dalle leggi della fisica se la prenda anche lui). Rispetto alla saga di Fast and furious, tutta bolidi tamarri, belloni anabolizzati e pupe, Need for speed è più sobrio. Non che questo sia garanzia di maggior qualità: la scelta di partenza poteva pure essere condivisibile, ma perché il film funzionasse a dovere, gli ci voleva decisamente più profondità.

Need for speed è ambientato nella sottocultura delle corse clandestine – sottocultura perché qui vige un codice di norme diverso da quello del mondo normale. Tutti sono delinquenti, chi più chi meno, il punto è come: Dino, ad esempio, è un traditore e un vigliacco, e per questo la vendetta di Tobey, nell’universo di significati del film, è perfettamente legittima. Il punto, però, è che rispetto ad altre pellicole in cui è al centro la componente “deviante” (vedi I guerrieri della notte di Walter Hill), qui il senso “politico” della ribellione alle regole è vicino allo zero. A Waugh interessano le corse d’auto, l’adrenalina. Sotto questo punto di vista, il film è sicuramente riuscito.

Il resto (trama, dialoghi, recitazione – anche se Aaron Paul non è male) è piatto, pretestuoso. Need for speed non ha nessuna ambizione se non quella di essere un piacevole intrattenimento. Anche sotto questa luce, è un lavoro riuscito. Ma, spiacente, l’onestà al cinema non basta…

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