Le Cibo Matto l’hanno definita un’opera di «bricolage cinematografico», questo Hotel Valentine, ed in effetti è un’espressione molto interessante. Yuka Honda e Miho Hatori, nelle 10 tracce che segnano il loro rientro dopo 15 anni di silenzio, danno prova di entrambe le abilità: quella artigianale del “taglia & cuci”, per la quale le canzoni, senza mai superare i 4 minuti e mezzo, inglobano un po’ di tutto – dall’elettronica al jazz, dall’r&b alla dance, dal trip hop al funk. E quella un pelo più raffinata e visionaria del racconto per immagini, in questo caso derivate dalle suggestioni che musica e parole evocano.
“Suggestione” è un’altra parola chiave per capire (meglio: per avvicinarsi) ad Hotel Valentine. I testi dei brani non forniscono, al solito, molte certezze, tendono ad essere piuttosto ellittici, volutamente ambigui. Appare evidente (anche perché l’hanno dichiarato proprio le dirette interessate) che il disco ruota intorno allo spettro di una ragazza ospite di un hotel, ma all’infuori di questo è piuttosto difficile ricavare dai pezzi altre indicazioni più precise. “Suggestione”, insomma, come “atmosfera”, perché un filo narrativo vero e proprio qui non c’è: piuttosto una serie di temi – smarrimento, solitudine, disorientamento – che potrebbero avere valenze tanto sociopolitiche che esistenziali che metamusicali (le due artiste pop che vagano in una giungla di suoni, stili ed influenze).

(le Cibo Matto)
Hotel Valentine, però, come tutti i bei dischi, ha vita all’infuori delle teorie e delle ipotesi interpretative, cioè se ne può godere senza che il fallimento di un’interpretazione univoca pesi troppo. Del resto, quando il benvenuto te lo dà un pezzo come Check in («Be free from what you are / be free where you are» è l’incipit: a proposito di ricerca di sé), è facile abbandonarsi all’ascolto. Che non diventa mai stancante, anche quando la grammatica dei pezzi si complica un po’: come in Deja vù, che scherza con r&b, rap, pop e sfumature etno. O come in 10th floor ghost girl, che oscilla tra funk, dance e punk senza dimenticare un liquido jazz “cool”.
Atmosfera, dicevamo: quella della title track si snoda sinuosa, giustamente spettrale, con qualche tono forse pure voluttuoso (il sax). Empty pool è persino più metafisica perché più allusiva, una ballata elettronica fluttuante, carica di oscuri richiami e di un senso di malinconia: «In an empty pool I was swimming alone / but I felt someone calling me / the only thing I found was the world that I know / my heart was floating».
E se MFN cita il sound di M.I.A., Check out tocca la parte acustica dello spettro (è il caso di dirlo) sonoro: non svela tutti suoi misteri, ma dà una specie di assoluzione serena, segnando il commiato perfetto delle Cibo Matto, che, così come sono arrivate, spariscono. Esattamente come uno spettro…
