The Zen Circus – Canzoni contro la natura

«Tutti gli uomini sono in un certo senso in contrasto con la natura, e questo sino dal primo momento: l’atto di civiltà, che è un atto di prepotenza umana sulla natura, è un atto contro natura». È in queste parole, pronunciate da Ungaretti al microfono di Pasolini (che lo intervistava per i suoi Comizi d’amore) l’origine del titolo e, insieme, la chiave di lettura dell’ultimo album degli Zen Circus, Canzoni contro la natura.

Si tratta di una manciata di canzoni – dieci, registrate senza produttore o fonico, in totale libertà creativa, che puntano il dito contro quello che una volta si chiamava “il sistema”. Sul banco degli imputati ci sono tutti. Il potere, certo, che – come cantano nella cupa Albero di tiglio – «ha il male integrato», ma anche gli stessi trentenni della generazione di Appino, quelli che se ne fregano se l’IMU sale perché una casa non ce l’avranno mai, che «vestono come i ventenni», che «il futuro me lo bevo per non pensarci» (il folk rock brillante di Postumia). Per non parlare della tecnologia: «quando l’ultimo supermercato sarà vuoto», recita la punkeggiante Canzone contro la natura (che chiude proprio con un sample della conversazione tra Pasolini e Ungaretti), «la tecnologia servirà per farci un fuoco».

Appino, Ufo e Karim Qqru sono scontenti del presente, che non è quello immaginato dai nonni (Postumia). In generale, più che la polemica politica, la cifra “ideologica” del disco è una specie di smarrimento per un presente che ha deragliato rispetto alle premesse e che comunque non è all’altezza del passato. Cosa che si trasferisce con più o meno consapevolezza dal piano dei testi a quello delle musiche, con Viva che cita espressamente Rino Gaetano e L’anarchico e il generale che, con la scusa del combat folk, strizza l’occhio a Il pescatore di De André.

Poco male, però: nonostante la formula a base di cantautorato, punk e rock alternativo (No way) non sia originalissima e malgrado qualche caduta nella retorica, nell’ingenuità, Canzoni contro la natura funziona. Ha un’onestà di fondo che ne riscatta anche la povertà della prospettiva (il passato sempre e comunque migliore del presente). Oltretutto, come dimostra la chiusura di No way («Giorgio, com’era questa?», «Fa cagare come il resto del disco, porco D**»), gli Zen Circus non hanno paura di demolire anche se stessi, il che è inevitabilmente un bene quando si gioca con la retorica.

Dalì aggiunge un tocco western al discorso, mentre Sestri Levante guarda all’Oceano, al Sudamerica e trova il tempo di scherzare sul disastro: «La natura ha leggi marziali / lo spritz campari invece no». Canzoni contro la natura è un disco intriso di sfiducia, di rimpianto, ma non si piange addosso: con il sarcasmo trova suo malgrado la forza di andare avanti, perché sempre si deve.

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