Mancava all’appello da otto anni, Suzanne Vega. E un po’ ne sentivamo la mancanza. Beauty & crime, l’ultimo LP, magari non era Solitude standing (il classico del 1987), ma era comunque un disco di gran classe, l’ennesimo omaggio alla città più amata dagli intellettuali (New York) ma condotto con una grazia d’altri tempi non stucchevole. E d’altri tempi è anche il titolo del nuovo lavoro, Tales from the realm of the Queen of Pentacles, che fa pensare a roba tipo i Genesis o gli Yes e invece, per fortuna, guarda da tutt’altra parte.
La direzione è quella del solito folk rock morbido della Vega, cantato nel tipico tono vellutato che gli anni e i dolori non hanno incrinato. «Un sacco dei miei vecchi album, soprattutto il secondo [proprio Solitude standing, n.d.r.], parlavano dell’essere solitari. Da questo disco trapela un maggior senso di connessione, c’è uno spirito differente stavolta», ha spiegato la songwriter. Ed è vero, le dieci tracce suonano innanzitutto come il lavoro organico di un gruppo di musicisti di primissima qualità: tra questi, accanto ai fidi Mike Viscelia (basso) e Doug Yowell (batteria), ci sono Gail Ann Dorsey, Sterling Campbell e Zachary Alford (tutti e tre già nella band di David Bowie) e Tony Levin (Peter Gabriel).
Diciamo che i momenti più efficaci sono quelli più semplici: Crack in the wall e Fool’s complaint, ad esempio, sono un tripudio di intrecci chitarristici tra l’elettrico e l’acustico. Sebbene rimandino chiaramente agli anni ’80-‘90, i due brani riescono a non suonare anacronistici nel senso deteriore del termine. Ancora meglio fanno forse Portrait of the Knight of Wands, un folk acustico assai malinconico, e l’ariosa ballad Horizon (road beyond this one), chiusura perfetta di un disco in bilico tra mondo materiale e spirituale.
Non mancano, ovviamente, passaggi più duri (I never wear white, che parla della passione della Vega per il colore nero con un passo blues degno dei Nirvana) o momenti più “sperimentali”. Don’t uncork what you can’t contain, per esempio, è un saggio ammonimento in forma di scioglilingua («non liberare quello che non riesci ad arginare»), sorretto da un sample di archi arabeggianti (prelevato da 50 Cent) e con dei sentori psichedelici: niente male, ma forse i passaggi in simil-rap sono un po’ ingenui. In Song of the stoic, la Vega ripercorre la sua storia personale fatta di dolore e abusi (da parte del padre adottivo) e lo fa inanellando un crescendo che parte da una serie di clangori metallici in loop per abbracciare poi gli archi.
Le due dimensioni, quella più convenzionale e quella più ricercata, non sono ovviamente separate, ma si compenetrano a vicenda. Del resto, se la Vega è ancora qui dopo trent’anni, un motivo ci sarà: queste canzoni, perfettamente in bilico tra eleganza, necessità espressiva, nostalgia e occhio al presente.
