In definitiva questo Tutta colpa di Freud non è male. Sarà che nella commedia Paolo Genovese se l’è sempre cavata piuttosto bene, sarà che in questo film Marco Giallini dona al pubblico la solita, bella performance, e che, in questo frangente, pure la Foglietta spicca, a differenza di L’amore è imperfetto di Francesca Muci di cui è stata protagonista, un dramma di una banalità quasi irritante.
Giallini veste i panni di Francesco, cinquantenne alle prese con le vite delle tre figlie, che ha cresciuto da solo: c’è la lesbica che ha deciso di diventare etero, la libraia romantica e la figlia più giovane di nemmeno vent’anni, che si innamora di un coetaneo del padre. Insomma, una pellicola che gioca molto sul ruolo di Francesco all’interno del nucleo famigliare: infatti, lui non è solo il padre, ma di professione è pure psicanalista, per cui si ritrova a relazionarsi con le figlie come genitore e come medico. Nel raccontare la sua famiglia imperfetta, Genovese punta i riflettori sul tema portante della pellicola: non (solo) la famiglia, ma l’amore, ovvero «la malattia più diffusa al mondo». Come se non bastasse, pure Francesco è abbastanza incasinato, poiché invaghito di una donna a cui non riesce a confessare i suo sentimenti («A cosa serve la scienza, a che serve il sapere, se la donna che voglio non la posso nemmeno volere» canta Daniele Silvestri in Tutta colpa di Freud, title track alla colonna sonora del film).
Altro punto focale della vicenda è la riflessione sulla diversità, messa in risalto dal carattere della Foglietta, Sara, la lesbica in perenne crisi amorosa. È stato lo stesso regista ad affermare che, nei confronti del diverso, si ha generalmente un atteggiamento di falsa tolleranza, a parole, mentre, nei fatti, si tende ancora troppo a essere schiavi dei pregiudizi. Partendo dal presupposto che a nessuno dovrebbero importare i gusti sessuali altrui, la confusione di Sara è un po’ uno specchio del clima di disagio e senso di straniamento che gli omosessuali si ritrovano spesso a vivere quotidianamente. Ma «l’identità sessuale è una cosa seria» e non basta decidere di diventare etero perché questo accada, anzi, il fatto non si verifica quasi mai (sempre che uno non sia bisessuale, ma allora questo è un altro discorso).
Ma torniamo a Giallini, alla sua seconda collaborazione con Genovese dopo Una famiglia perfetta: una carriera versatile, quasi camaleontica, che lo ha visto passare con agilità dal dramma alla commedia, dal cinema al teatro. In questo film ci regala il ritratto di un uomo che non può fare praticamente nulla per risolvere e capire le piccole incognite quotidiane, perché le dinamiche della vita sfuggono anche ai suoi studi di psicologia, così come l’amore e il sesso sono destinati a rimanere dei concetti con più zone d’ombra che con parti ben definite, vincolati di volta in volta ai casi specifici.
