Non c’è niente di peggio di un Paese senza memoria. Sembra pensarla così Roberto Faenza, da oggi in tutte le sale italiane con Anita B., opera sul delicato tema della memoria. Questo mentre si avvicina il 27 gennaio, giorno dedicato al ricordo delle vittime della Shoah. B. come Edith Bruck, l’autrice di Quanta stella c’è nel cielo, da cui il film è tratto. Nessun errore grammaticale: il titolo del volume è l’incipit di un componimento di Sándor Petofi, poeta e patriota ungherese, morto a nemmeno trent’anni in una battaglia durante la rivoluzione del 1848, contro l’impero asburgico.
Non è la prima volta che Faenza affronta un tema così difficile, l’aveva già fatto vent’anni fa con lo struggente Jona che visse nella balena. Con Anita B. il regista torna a rivendicare il diritto delle vittime a non venire dimenticate. Anita è scampata all’Olocausto e viene accolta da dei parenti i quali, a loro volta, tentano di dimenticare le atrocità naziste. Al contrario, lei non vuole dimenticare: l’avvenire è pieno di speranza, ma la ragazza si ostina a vivere nel passato, perché è stata protagonista di un dolore troppo forte. Eppure, il suo rimanere ancorata ai ricordi costituisce una base solida per prendere coscienza di ciò che è stato e non dev’essere mai più.
Respingere la Storia, negare l’Olocausto, dire che non è mai esistito e che la persecuzione agli ebrei è un’invenzione, significa ammazzare per ben due volte chi già ha trovato la morte nelle camere a gas e nei forni crematori. L’orrore di cui l’uomo può essere capace è alle volte inaccettabile, così insensato da apparire surreale: ma sei milioni di ebrei uccisi non sono un sogno. Così come non è una bugia il terribile nome che è stato assegnato alla carneficina: Olocausto, dal greco ὁλόκαυστος , “bruciato interamente”. Ma i bersagli non sono solo quelli di fede ebraica. Prigionieri di guerra, omosessuali, malati mentali e affetti da malformazioni fisiche: non c’è posto nella società per chi non incarna il modello ariano promosso da Hitler.
Faenza pare dirci proprio questo, che il senso della Storia passa tramite il ricordo, anche se il passato rimane alle spalle e ciò che è accaduto non può essere cambiato. Soprattutto, un carattere come quello di Anita ci insegna due cose: la prima – e lo ha affermato lo stesso regista parlando della pellicola – è che la memoria serve alla giovane per ricordarle ogni giorno chi è, da cosa è riuscita miracolosamente a sfuggire e, per questo, a non dare nulla per scontato in futuro. Poi, che per chi sopravvive ai campi di sterminio il calvario non è finito, ma appena cominciato, perché i fatti passano, ma i ricordi restano, soprattutto i più dolorosi. A tutti noi che siamo venuti dopo un tale massacro è stato affidato il compito di rifiutare qualsiasi forma di discriminazione e di celebrare le vittime dell’odio razziale tutti i giorni, non solo il 27 gennaio.

